Commento introduttivo
L’Eneide si stacca dall’oggettività omerica per sviluppare una dimensione profondamente soggettiva. Virgilio cioè conduce la narrazione ponendosi dal punto di vista ora dell’uno ora dell’altro personaggio.
Lo sviluppo della soggettività non interessa solo lo stile epico e la tecnica del narrare, ma anche l’ideologia del poema virgiliano. L’Eneide è la storia di una missione voluta dal Fato. Il poeta è portavoce di questo progetto. Il suo è un poema epico nazionale, in cui una collettività deve rispecchiarsi e sentirsi unita.
In tutto questo i sentimenti dei personaggi sono sempre in primo piano.
Per esempio Didone. La cultura romana nell’età delle conquiste rappresentava le guerre puniche come uno scontro tra diversi: l’identità romana si formava sulla grande opposizione a Cartagine. Il nemico è infido, crudele. Per Virgilio invece, la guerra con Cartagine non nasce da una differenza. La guerra invece è nata da un eccessivo amore fra simili. Didone è vinta dal destino, come lo sarà Cartagine. Ma il testo accoglie in sé le sue ragioni e le tramanda.
L’epos virgiliano insomma si fa portavoce dell’ideologia dominante motivando e celebrando la missione storica di Roma e la restaurazione augustea, ma nello stesso tempo sottolinea il faticoso travaglio indispensabile alla realizzazione dei disegni provvidenziali. Il poeta non può dimenticare che per giungere alla pax augustea egli aveva dovuto perdere il suo campicello e migliaia di vittime erano state immolate, Il problema del male, dell’eccesso di incomprensibile sofferenza proietta la sua ombra nel poema virgiliano. La vittoria è spesso raggiunta a prezzo di profondo dolore, di intime lacerazioni. Accanto alla gloria del vincitore, ci sono le ragioni dei vinti. La giustizia del destino appare parziale di fronte alla tragedia degli sconfitti o alla morte prematura di tante vittime.
Virigilio non inventa la figura di Didone. La riprende da un mito orientale e fa incrociare la sua storia con quella di Enea.
Primogenita del re di Tiro, Didone era sposa di Sicheo. La sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che uccise il marito di Didone, Sicheo, per impossessarsi delle sue ricchezze, e si insediò sul trono imponendo la propria tirannia. Didone, con abile astuzia, gli sottrasse quelle ricchezze, fuggendo con amici fidati per mare, verso occidente. Dopo varie peripezie approda sulle coste africane corrispondenti all’attuale Tunisia, dove riesce ad ottenere dal re Iarba, il diritto di stabilirvisi prendendo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue”. Didone riduce quella pelle in striscioline sottilissime, che disegnano l’ampio perimetro della città che intende abitare con i suoi. Ottenuto con tale astuzia un discreto territorio, la regina fonda la splendida nuova città, Cartagine, cui dà prestigio e ricchezza. Didone viene richiesta in matrimonio da più di un principe africano, ma fedele alla memoria del marito ucciso da Pigmalione, non intende risposarsi. Così quando non riesce più a sottrarsi all’insistenza del principe Iarba, che le prospetta l’alternativa del matrimonio o della guerra, preferisce suicidarsi.
Proprio su questo mito Virgilio innesta la finzione dell’incontro tra Didone ed Enea e della loro unione amorosa.
(continua…)
Novembre 8, 2008
Didone ed Enea (dal IV libro dell’Eneide di Virgilio)
Testo di Euridice di Roberto Vecchioni
Morirò di paura
e venire là in fondo,
maledetto padrone
del tempo che fugge,
del buio e del freddo:
ma lei aveva vent’anni
e faceva l’amore,
e nei campi di maggio,
da quando è partita,
non cresce più un fiore … (continua…)