MagisterLudi

gennaio 21, 2008

Quo usque tandem…

Filed under: latino,seconda — prof @ 10:35 pm

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Chi era Catilina?
Lucio Sergio Catilina, nato intorno al 108 a.C, divenne seguace di Silla; ottenuta la pretura nel 68, ebbe nel 67 il governo della provincia d’Africa; non poté presentarsi candidato al consolato nel 66, perché fu inquisito per sospetta concussione (a questo momento risalirebbe, secondo alcune fonti, un primo progetto di congiura). Assolto, non ebbe però il tempo di candidarsi al consolato per il 64; dopo il fallimento della successiva candidatura per il 63, organizzò l’estremo tentativo rivoluzionario, pur decidendo di ripresentarsi ai comizi consolari per il 62.

Il fallimento della congiura
Nella notte tra il 20 ed il 21 ottobre del 63 Cicerone viene informato da Crasso e da altri che Catilina trama un assalto armato per il 27-28 ottobre; grazie alle lettere che può esibire come prova, ottiene che a lui ed al collega Gaio Antonio siano conferiti pieni poteri con il senatus consultum ultimum. Sono così prese le adeguate contromisure per impedire l’insurrezione armata, ma Catilina non si dà per vinto e progetta un nuovo assalto a Preneste (oggi Palestrina, a sud di Roma) per il primo novembre. Questa volta sono gli informatori su cui Cicerone può contare tra i congiurati ad avvertire il console che, grazie ai medesimi, si salva anche all’alba del 7 novembre, quando sfugge ai due sicaria che avrebbero dovuto assassinarlo. Cicerone si trova allora in un grave dilemma: egli conosce i piani dei cospiratori e sperimenta ogni gionro di più il pericolo che essi rappresentano, per lui e per lo Stato; tuttavia le informazioi riservate di cui è allora in possesso, non hanno valore di prova, né giuridica né politica, e non gli consentirebbero, nonostante il senatus consultum ultimum emanato due settimane prima, di prendere provvedimenti contro Catilina con il beneplacito di tutti. Come Cicerone ha ben chiaro, infatti, la fazione dei populares avrebbe abbandonato il promotore della congiura solo davanti a testimonianze inconfutabili della sua colpevolezza. Egli vede dunque preclusa la via dell’azione, ma s anche che non può rassegnarsi a continuare la sua tattica attendista, con al quale rischia prima o poi di non riuscire ad anticipare o impedire le mosse dell’avversario.
La Prima Catilinaria è il colpo di genio che risolve il problema, grazie alla potenza della parola: pronunciata davanti al senato riunito sul Palatino il 7 o l’8 novembre, l’orazione non contiene nessuna richiesta all’assemblea, ma è rivolta contro Catilina, di cui vengono esposti i misfatti ed a cui si intima a gran voce di lasciare Roma al più presto. In questo modo Cicerone evita di imporre ai senatori un ruolo attivo, chiedendo loro di pronunziarsi sui congiurati (con il rischio di un voto sfavorevole o anche di una grave spaccatura), ma li mette al corrente dei rischi che corre lo Stato.
Catilian vide tutti i suoi piani scoperti e capì che il sistema informativo del console poteva contare su inflitrati nei gangli vitali della congiura, il che rendeva di fatto impossibile continuare ad agire in segretezza. Sebbene nell’orazione di Cicerone non ne rimanga traccia, sappiamo dallo storico Sallustio che Catilina tentò una difesa, prendendo subito la parola per negare tutte le accuse ed anzi per offendere Cicerone, con il risultato di sentirsi chiamare hostis e parricida da molti senatori intervenuti in difesa del console. La conclusione, quasi obbligata, è proprio quella che Cicerone vuole: in quella stessa notte Catilina fugge da Roma e con ciò, in pratica, sottoscrive la propria colpevolezza, consentendo ai consoli di non agire più contro un senatore che si professa innocente, ma contro un nemico che si schiera in campo aperto.
Il giorno dopo Cicerone pronuncia davanti al popolo la Seconda Catlinaria, dando la notizia della partenza di Catilina. per gli ultimi due discorsi bisogna attendere quasi un mese: dopo la cattura degli ambasciatori Allobrogi al ponte Milvio, all’alba del 3 dicembre, ed il conseguente arresto dei capi della congiura rimasti a Roma, Cicerone informa la sera il popolo degli avvenimenti nella Terza Catilinaria, mentre la Quarta è il discorso pronunciato in Senato nella fatidica seduta del 5 dicembre in cui si decide la sorte dei congiurati. Cicerone parla dopo Cesare, sostenendo al necessità di una condanna a morte. Ottenutala dal Senato solo dopo il vigoroso intervento di Catone, egli si occupa di farla subito eseguire, informandone il popolo, da cui viene salutato come pater patriae.

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