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marzo 5, 2008

L’Uomo Medievale.7 Il mercante

Filed under: seconda,storia — prof @ 2:35 pm

L’ uomo medioevale, Jacques Le Goff
IL MERCANTE
Riassunto di De Bernardini e Ozbun

Nel Medio Evo la figura del mercante fu una delle più importanti e significative. Essa pero assunse diversa connotazione etica e religiosa nel mondo cristiano, in quello islamico e nell’ebraismo
Nel mondo cristiano il mercante è visto sempre con sospetto dal punto di vista etico: non viene propriamente condannato ma la sua figura mal si accorda con gli ideali etici e religiosi. Nell’Islam invece il mercante assume un diversa considerazione: non vi è alcuna riserva o preclusione nei suoi riguardi, anzi diventa una personaggio centrale della vita sociale e politica, con grande prestigio anche morale. Nell’ambito ebraico invece assistiamo quasi a una identificazione del mercante con la unica figura di rilievo.

Il mercante era visto come un personaggio disprezzato da tutti, doveva fare lunghissimi viaggi in territori lontani rischiando molto tra naufragi, banditi, pirati e molte altre cose; cercando di vendere la sua mercanzia a persone interessate. Molti mercanti viaggiavano per mare e trasportavano mercanzie orientali ai signori ricchi d’Europa.
Molti mercanti erano anche usurai, e quindi erano visti male dalla chiesa e infatti molti venivano condannati al male eterno. Venivano criticati e molti personaggi della chiesa dicevano loro che avrebbero patito l’inferno se non avessero ripagato.
Infatti dicevano che essere usurai era considerato ignobile.

Nella cultura europea, in linea generale, la figura del mercante è considerata meno prestigiosa di quella del proprietario terriero. Il concetto si trova gia in Roma nella quale l’ordine senatoriale (formato da proprietari terrieri) era considerato superiore a quello equestre (di quelli che si occupavano di traffici e commerci) ed era anzi vietato ai senatori occuparsi di affari Ma la figura del mercante viene dequalificata propriamente nel medioevo cristiano.

In seguito nel cristianesimo la povertà fu considerato uno stato eticamente preferibile alla ricchezza : non è vietato propriamente al cristiano possedere ricchezze ma se vuole veramente percorrere il cammino della santità è preferibile che si spogli di essa. I monaci non possono possedere nulla. almeno personalmente (anche se i monasteri spesso sono ricchissimi). Tutti i riformatori religiosi insistono sulla condanna della ricchezza. Non a caso i francescani abbracciano soprattutto “sorella povertà”.

In questo contesto il lavoro eticamente accettato era quello dei campi mentre veniva respinto quello del mercante.

Il lavoro, o meglio, la fatica nei campi era vista come penitenza o come espiazione dei propri peccati: la mano dell’uomo semina e Dio si compiace quindi di benedire il suo lavoro facendo crescere frutti e messi : la carestia è segno che l’uomo ha troppo peccato e Dio non lo ha ancora perdonato. l’abbondanza è pegno della benevolenza divina.

Il concetto benedettino “ora et labora” non contrappone la preghiere e il lavoro: vi è continuità fra le due attività perchè anche il lavoro è un ringraziamento, una preghiera a Dio: ma si intende il lavoro dei campi non certo la mercatura che anzi è severamente interdetta ai religiosi ai quali viene comminata la scomunica per “baratteria” ,
La figura del mercante viene vista sempre almeno con sospetto quando non è addirittura chiaramente ed esplicitamente condannata.
Il mercante infatti è colui il quale cerca la ricchezza, è quindi avido e avaro, tendente inevitabilmente all’inganno e al raggiro. Non chiede a Dio attraverso la natura il suo sostentamento: se lo procura da solo togliendo i frutti agli altri uomini.

Si aggiunga poi che nel Medio Evo il commercio verteva su beni di lusso, superflui e in contrasto a una esistenza semplice e virtuosa. Anche se non mancava, ad esempio, il commercio di granaglie, infatti la difficoltà dei trasporti, l’insicurezza generale rendeva conveniente trattare soprattutto beni di lusso molto costosi: panni pregiati, le spezie, la seta, l’ artigianato artistico, tutte cose che il pio e il virtuoso disprezzava .

Tutto ciò porta a vedere nel mercante una figura in negativo; anche se in molti epoche e in molti luoghi il mercante assume grande importanza e considerazione sociale e spesso anche la direzione dello Stato (si pensi per esempio alla Firenze delle corporazioni o alle repubbliche marinare ) tuttavia il vero “signore”, il vero nobile è il proprietario terriero che non lavora i campi ma che, comunque, dai campi trae la sua forza. E infatti i mercanti appena hanno raggiunto un certo livello di vita abbandonano la mercatura per diventare proprietari terrieri, acquistano ville in campagna e palazzi in città .

Si dice comunemente che i grandi palazzi che si affacciano sul Canal Grande a Venezia siano il segno della grandezza di quella repubblica. In realtà storicamente è il contrario: sono i segni della decadenza. Infatti i mercanti veneziani quando raggiungevano un grado che essi ritenevano sufficiente di ricchezza smettevano di commerciare, compravano latifondi, si costruivano ville splendide e soprattutto erigevano grandi e sontuosi palazzi.

Praticamente smettevano di creare ricchezze e si limitavano a sfruttare il lavoro dei contadini iniziando cosi la parabola della decadenza. Il fatto non riguarda solo Venezia ovviamente, ma un pò tutte le grandi città rinascimentali. Cosi i nostri avi ci hanno lasciato un grande patrimonio artistico e una notevole povertà.
Infatti l’Italia cattolica della seconda parte del feudalesimo, quella che va dal Mille alla scoperta europea dell’America, fu caratterizzata, al pari delle Fiandre, da una fiorente attività commerciale, invidiata da tutta Europa, un’Europa che sarebbe diventata “protestante” solo molti secoli dopo.
Se le cose stanno così è forse riduttivo sostenere che l’etica economica medievale, qui gestita dalla sola chiesa romana nella parte occidentale dell’Europa, fu di tipo “concessivo”, nel senso che tendeva progressivamente ad adeguarsi alle spinte borghesi che emergevano “ad extra” del proprio perimetro d’azione, delle proprie concezioni e dei propri stili di vita.
In realtà l’etica economica basso medievale fu anche il risultato di determinate posizioni politiche e ideologiche che la chiesa romana assunse “ab intra”, posizioni orientate verso la rottura dei tradizionali legami comunitari (ereditati dal mezzo millennio dell’alto Medioevo), verso l’affermazione di un temporalismo teocratico e, all’interno di questo, verso la supremazia autoritaria, sempre più monarchica, del pontefice su ogni altra istanza ecclesiale.
Lo sviluppo dei rapporti mercantili-monetari, chiaramente di tipo borghese, in cui il denaro diventava equivalente universale di tutti gli scambi, fu conseguenza indiretta di un mutamento di mentalità e quindi di posizione politica che avvenne all’interno della chiesa di Roma a partire sostanzialmente dalla costituzione del Sacro Romano Impero e proseguita sino alla nascita dei Comuni, alla riforma gregoriana e alla lotta per le investiture, all’inizio delle crociate nel Vicino Oriente e nei paesi Baltici, alla riscoperta accademica dell’aristotelismo e allo sviluppo della scolastica, all’eliminazione del dissenso ereticale dei movimenti pauperistici e alla rottura definitiva nei confronti della tradizione greco-ortodossa e bizantina.
Se questa tesi è vera, la storia del basso Medioevo va in parte riscritta, poiché stando ai documenti ufficiali dell’epoca e in genere alle tesi principali dei maggiori medievisti, la chiesa romana non appare come un fattore propulsivo del mercantilismo, ma semmai come un freno. Ed indubbiamente è stato così nella maggior parte dei paesi euroccidentali di quel periodo storico. Non tuttavia in Italia. Non a caso qui i grandi traffici commerciali fanno nascere quelle grandi rivoluzioni culturali che passano sotto il nome di realismo giottesco, di umanesimo nel pensiero e di rinascimento nelle arti.
Le Goff, Capitani ecc. sostengono che il mercantilismo, nato al di fuori delle tradizionali abitudini e competenze della chiesa romana, fu inizialmente tollerato in quanto non ritenuto particolarmente pericoloso per i criteri di vita della società feudale, tanto che l’etica economica medievale si configura come un’etica “concessiva”, disposta ad adeguarsi in maniera relativa al mutamento delle circostanze. Solo che ad un certo punto la situazione assunse degli sviluppi che sfuggirono al controllo della chiesa, e in questa incapacità politica delle gerarchie i medievisti laici vedono in genere un fattore di progresso per lo sviluppo dell’Europa, in particolare per quelle classi sociali che la stavano portando al di fuori dei cosiddetti “secoli bui”.
Qui sarebbe bene fare una puntualizzazione di metodo storiografico. Ci rendiamo conto che sarebbe ingenuo pensare di poter trovare un riscontro esplicito alla tesi che vogliamo sostenere nei documenti ufficiali dell’epoca, non foss’altro che per una ragione: le fonti storiche, specie quelle scritte, spesso servono non per svelare ma per nascondere la realtà.
Fa specie, in tal senso, vedere come Le Goff definisca il secolo XIII con l’espressione “secolo della giustizia”, solo perché i canonisti avevano equiparato “il furto usurario” a un “peccato contro la giustizia”. Ormai dovrebbe essere ritenuta pacifica la tesi secondo cui un periodo storico non può essere interpretato sulla base della concezione che esso ha di se stesso (e questo ovviamente vale anche per una persona o per una classe sociale).
Il passato non è più comprensibile del presente solo perché è “passato”. Esistono sempre margini tali di ambiguità che nessuna fonte storica è in grado di colmare. Pensare di poter ricostruire delle vicende passate sulla base delle fonti storiche prodotte nello stesso periodo in cui sono avvenute quelle vicende, è pura illusione. Peraltro nel Medioevo i falsi elaborati dal clero, regolare e secolare (l’unico ceto in grado di poterlo fare), non sono pochi, per cui le fonti scritte meno di altre possono servire per ricostruire quelle vicende storiche e comprendere le motivazioni che ne hanno determinato lo svolgersi.
Lo stesso vale per il presente. Infatti, anche se è vero che la lettura e la scrittura riguardano la stragrande maggioranza delle persone (almeno nei paesi industrializzati), è però anche vero che nelle civiltà antagonistiche le opinioni dominanti sono soltanto quelle espresse dai poteri dominanti, politici ed economici, che tutelano interessi di una ristretta minoranza di persone.
Periodo Alto Medioevale:
L’atteggiamento che ha avuto la chiesa cristiana nei confronti dell’usura teoricamente è sempre stato piuttosto netto, sicuramente più netto di quello della cultura ebraica, che poneva il divieto entro i confini del solo giudaismo, tra aderenti alla medesima confessione ebraica, ma lo tollerava tranquillamente nei rapporti con gli stranieri di religione pagana

D’altra parte i tassi praticati da Israele non superavano mai quelli delle civiltà ad essa coeve (p.es. nel codice Hammurabi si arriva fino a 50-70%).
Nel periodo ellenistico si arrivò (se si esclude l’Egitto dove rimase al 24%) a un tasso ragionevole dell’8-10%. Nel I secolo d.C. un decreto imperiale lo fissò al 12% nelle province d’Asia.
Nella legislazione giustinianea troviamo i primi “massimali” relativi all’usura su base annua: i senatori non potevano chiedere più del 4%, la maggior parte della popolazione non poteva chiedere più del 6%, gli uomini d’affari non potevano superare l’8%; ma per i prestiti marittimi, ad alto rischio, si poteva giungere sino al 12%.
Sotto l’imperatore Niceforo (802-811) si proibì ai sudditi di riscuotere interessi: solo lo Stato poteva farlo al 16,66%. Anche Basilio I (867-86) proibì l’usura.
E’ evidente che con queste misure si tentava di salvare capra e cavoli: da un lato si scoraggiava la partecipazione dell’aristocrazia al mercato dei capitali, dall’altro si permetteva che venissero richiesti interessi superiori al 6% generalizzato, al fine di incoraggiare le spedizioni a rischio.
Tuttavia nell’XI il tasso ufficiale d’interesse, ch’era andato aumentando progressivamente in base al corso della moneta, arrivò al 5,5% per le persone di alto rango, al 8,33% per la maggior parte della popolazione e al 11,71% per gli uomini d’affari.
Questo significa che, malgrado la condanna religiosa del prestito ad interesse, gli imperatori bizantini, realisti, non tentarono mai seriamente di proibirlo; piuttosto, scelsero di autorizzarlo per meglio controllarlo. Quanto alla chiesa, essa si limitava a condannare gli ecclesiastici che la praticavano.
Ostrogorsky afferma che “sebbene l’usura fosse contraria alla moralità medievale, la proibizione di prestare a usura era molto rara a Bisanzio. Le esigenze dell’economia monetaria, molto sviluppata nell’impero, ignoravano i precetti della morale e il prestito a usura era stato in ogni tempo molto diffuso a Bisanzio”(Storia dell’impero bizantino, Einaudi, p. 171).
Generalmente l’usura si forma quando si è in presenza di un’economia mercantile e di antagonismi sociali. Il fatto che l’usura avesse dei tassi ufficiali regolamentati dallo Stato può far pensare anche al fatto, oltre al mercantilismo e alle classi contrapposte, vi fosse da parte delle istituzioni il tentativo di far valere alcuni valori etico-religiosi volti a impedire che il fenomeno dilagasse.
Nell’età carolingia Rabano Mauro (784-856) proibisce l’usura fra cristiani, siano essi laici o ecclesiastici, ma nei confronti degli infedeli o dei criminali ritiene giusto l’interesse “spirituale” (il pentimento, la fede, la conversione…), come “compenso” per le spese sostenute per la predicazione loro rivolta della parola di dio.
Coll’inizio delle crociate si comincia a sostenere in Italia che si può chiedere usura ai musulmani, anche se questo avrebbe potuto voler dire per i musulmani impiegare i capitali ricevuti contro gli interessi dei cristiani. D’altra parte durante le crociate l’usura ebbe grande diffusione, tanto che già alla fine del XII sec. gli usurai cristiani erano di molto superiori a quelli di origine ebraica. Tra il Mille e il XIII secolo il tasso annuale che gli ebrei in Francia non devono superare era del 33,5%. Analogamente a Firenze, Milano, Pistoia, Lucca il tasso medio annuo si aggirava sul 30% (in Inghilterra invece andava dal 12 al 33%).
Anche nell’area bizantina nell’XI secolo si passa ad una scala diversa e più elevata dei tassi usurari: per i senatori il 5,55%, per la gente comune il 8,33%, per gli uomini d’affari l’11,71%, per i prestiti marittimi il 16,66%. I medesimi tassi resteranno in vigore nel corso del XII secolo. Ma Catacolone Cecaumeno, duca di Antiochia caduto in disgrazia, militare e aristocratico, continua a tuonare contro il prestito a interesse. Il vecchio generale approvava soltanto il prestito finalizzato al riscatto dei prigionieri (che tra l’altro era l’unico motivo che giustificasse la vendita di beni ecclesiastici) e condannava tutte le altre forme di prestito: per ricavarne interessi; per ricavarne guadagni illeciti (quindi sono da evitare anche le associazioni d’affari); per guadagnare i favori di una donna; per favorire chi vuole appaltare un posto nell’amministrazione o chi vuole acquistare schiavi o terreni…
Per tutto il basso Medioevo schiere di teologi e canonisti favorevoli o contrari all’usura si dividevano sulla questione di sapere a chi essa fosse rivolta: infatti, quanti appoggiavano l’idea clericale di un’affermazione temporale della chiesa non avevano dubbi nel ritenerla lecita nei confronti degli stranieri, degli infedeli, dei nemici di guerra e della chiesa romana in generale; quanti invece affrontavano l’argomento in chiave puramente etica, erano in genere contrari a qualunque forma di usura, che veniva paragonata a una sorta di “furto” e a volte persino di “eresia”.

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