MagisterLudi

marzo 10, 2008

L’uomo medievale.1 I monaci

Filed under: seconda,storia — prof @ 3:53 pm

Riporto la sintesi di Marin e dal Molin.

I MONACI

INTRODUZIONE GENERALE
Il monachesimo (dal greco monachos, persona solitaria) è un modo di vivere la propria religiosità, caratterizzata da alcune rinunce agli interessi terreni (=mondani), per dedicarsi in modo più completo all’aspetto spirituale coinvolgendo la propria esistenza.
Molte religioni hanno elementi monastici: Buddhismo, Cristianesimo, Induismo, Giainismo, Taoismo anche se la loro espressione differisce considerevolmente.
Questa formma religiosa era stata introdotta per la prima volta verso la fine del III secolo in Egitto dove i monaci si dedicavano a una vita di preghiera ritirandosi nel deserto.
Il Cristianesimo influenzò la mentalità del Medioevo, come emerge dal grande sviluppo del monachesimo in Occidente. Infatti nel VI°sec. San Benedetto da Norcia fondò il suo primo monastero a Monte Cassino, dando vita ad un’esperienza che avrebbe avuto un’enorme influenza sulla successiva storia europea, da un punto di vista religioso, culturale ed economico.
San Benedetto pose alla base di ogni monastero la regola, che era il modo di vita che i monaci accettavano seguire.Le regole principali di un monastero erano:
– Tutto ciò che veniva consumato nel monastero doveva essere prodotto esclusivamente al suo interno.
– Era vietato mangiare carne, ma c’era la possibilità di mangiare il pesce.
– Non si poteva mangiare il pane bianco.
– Si poteva bere latte e mangiare il formaggio.

La Regola Principale era riassunta nel motto di ogni convento benedettino: “Ora et labora”, ossia: prega e lavora.
Queste semplici regole modificarono, col tempo, l’economia all’interno e all’esterno del monastero, dando vita ad attività e ad innovazioni sorprendenti per i loro effetti: grazie ai monaci benedettini si sviluppò infatti la silvicoltura, la pescicoltura, l’apicoltura, si crearono nuovi tipi di formaggio (oggi noti in tutto il mondo), si studiarono nuovi metodi di cura con erbe officinali, ecc. Chi, anche laico, viveva nei pressi del monastero, usufruiva di una serie di servizi senza precedenti (scuole, ospedali, assistenza) e trovava sempre qualcosa da mangiare.
Nei pressi dei monasteri si coltivavano in particolare orzo, segale, farro e poco grano che veniva utilizzato per le ostie poichè il pane bianco, che veniva fatto solo per cerimonie importanti, era vietato dalle regole ed era distribuito ai poveri.La dieta di un monaco era basata principalmente su legumi quali fagioli, lenticchie, piselli; il tutto accompagnato dal pane nero.Durante il periodo di quaresima i monaci digiunavano e questo portava molto sconforto nei poveri che vedevano nel monastero l’unica fonte di vita; erano i monaci infatti che davano il cibo alla popolazione.
Poichè i ricchi non volevano digiunare, per varie ragioni, si erano impegnati a donare una certa somma al monastero.
Questa somma veniva per 1/3 data ai poveri ed il restante era utilizzato per la costruzione di opere collegate con la “specializzazione” del monastero
Infatti, dei vari monasteri che furono costruiti in Occidente, molti si specializzarono in ospizi e ospedali (i primi della storia e aperti anche ai poveri), oppure come alberghi per i pellegrini.
In tutti i monasteri venivano inoltre fondate scuole che istruivano sia i monaci sia la gente comune, diffondendo così la cultura in tutto l’Occidente.
In questo modo il monastero diventava un centro di vita attivissimo, circondato da centinaia di persone, che contribuì a dar vita alla civiltà europea visto l’enorme numero di monasteri sorti nel Medioevo in tutta l’Europa.
La maggiore influenza i monasteri l’ebbero nei territori desertici o abbandonati dove svilupparono un’organizzazione e un arricchimento tali da trasformare e rendere popolato il luogo dove sorgevano.
Per quanto riguarda la cultura, poi, i monaci furono i primi a trascrivere manualmente tutti i testi dell’epoca classica che in questo modo sono giunti fino a noi.
Nel Medioevo furono fondati anche numerosi conventi femminili.
San Benedetto, scrivendo la sua regola a Montecassino, in Italia centrale, tra Roma e Napoli, nei primi decenni del VI secolo, inizia cosi a distinguere quattro categorie di monaci: i cenobiti che risiedono in un monastero, dove servono sotto una regola e un abate; gli eremiti divenuti capaci di condurre da soli la lotta della vita ascetica; poi i sarabaiti, termine di origine egiziana, che designa i monaci che vivono in piccoli gruppi senza avere né una regola né un abate; infine i girovaghi, continuamente erranti e mai stabili. Poi, lasciando da parte tre di queste categorie, si interessa a una sola di queste, i cenobiti, per i quali compone la sua regola.

PAPA GREGORIO MAGNO

Un Papa molto importante che ha abbracciato la vita monastica fu Gregorio Magno. Nacque verso il 540 dalla famiglia senatoriale degli Anici. Alcuni genealogisti collocano fra gli antenati di Gregorio, i Papi Felice III ed Agapito I. Gregorio era figlio del senatore Gordiano e di Silvia. Alla morte del padre, fu eletto, molto giovane, Prefetto di Roma. Grande ammiratore di Benedetto da Norcia, decise di trasformare i suoi possedimenti a Roma (sul Celio) e in Sicilia in altrettanti monasteri e di farsi monaco, quindi si dedicò con assiduità alla contemplazione dei misteri di Dio nella lettura della Bibbia. Non poté dimorare a lungo, nel suo convento del Celio poiché il papa Pelagio II lo inviò come nunzio, presso la corte di Costantinopoli, dove restò per sei anni, e si guadagnò la stima dell’imperatore Maurizio I, di cui tenne a battesimo il figlio Teodosio. Al suo rientro a Roma, nel 586, tornò nel monastero sul Celio, vi rimase però per pochissimo tempo, perché il 3 settembre 590 fu chiamato al soglio pontificio dall’entusiasmo dei credenti e dalle insistenze del clero e del senato di Roma, dopo la morte di Pelagio II di cui era stato segretario.
Dipinto di Andrea Mantegna raffigurante Gregorio con Giovanni Battista, san Benedetto da Norcia e san Girolamo
Come papa si dimostrò uomo di azione, pratico e intraprendente (chiamato “l’ultimo dei Romani”), nonostante fosse fisicamente abbastanza esile e cagionevole di salute. Fu amministratore energico, sia nelle questioni sociali e politiche per supportare i bisognosi di aiuto e protezione, sia nelle questioni interne della Chiesa. Trattò con molti paesi europei; con il re visigoto Recaredo di Spagna, convertitosi al Cattolicesimo, Gregorio fu in continui rapporti e fu in eccellente relazione con i re franchi. Con l’aiuto di questi e della regina Brunchilde riuscì a tradurre in realtà quello ch’era stato il suo sogno più bello: la conversione della Britannia, che affidò ad Agostino di Canterbury, priore del convento di Sant’Andrea. Si dedicò anche ai problemi dell’Italia provata da alluvioni, carestie, pestilenze, amministrando la cosa pubblica con equità, supplendo all’incuria dei funzionari imperiali. Organizzò la difesa di Roma minacciata da Agilulfo, re dei longobardi, coi quali poi riuscì a stabilire rapporti di buon vicinato e avviò la loro conversione. Ebbe cura degli acquedotti, favorì l’insediamento dei coloni eliminando ogni residuo di servitù della gleba. Riuscì ad intrattenere epistoli e rapporti amichevoli con il re della Barbagia, Ospitone, e cercò di dissuadere la popolazione dall’idolatria e dal paganesimo, convertendo Ospitone stesso al cristianesimo. Riorganizzò a fondo la liturgia romana, ordinando le fonti liturgiche anteriori e componendo nuovi testi, e promosse quel canto tipicamente liturgico che dal suo nome si chiama gregoriano. L’epistolario (ci sono pervenute 848 lettere) e le omelie al popolo ci documentano ampiamente sulla sua molteplice attività e dimostrano la sua grande familiarità con la Sacra Scrittura. Morì il 12 marzo 604.
IL LIBRO DI JACQUES LE GOFF “L’UOMO MEDIEVALE”
L’’autore nel suo libro fa uno sguardo generale sul monachesimo, parlando soprattutto di:
1. I materiali tardo-antichi ed alto-medievali (V Secolo);
2. Gli “aurea saecula” ;
3. Il sistema monastico e la sua crisi;
I monasteri e i priorati nel XII secolo, erano migliaia in Europa, mentre adesso sono poche centinaia. Dopo la riforma luterana e le violenze della “grande rivoluzione” il monachesimo non fu distrutto ma fu ridimensionato drasticamente il ruolo nella vita della chiesa, segnando un suo diverso approccio con la società e con la storia (infatti nel medioevo gli unici veri cristiani erano i monaci).

MONACHESIMO DIFFUSO>RIDIMENSIONATO>DECLINATO
Il monastero possiamo considerarlo nel medioevo come una micro-città, autonomo in tutto. Esso comprendeva infatti il panettiere, il fabbro, il falegname, il farmacista (l’erborista), e tanti altri ancora. Inoltre avevano molti possedimenti terrieri e la loro grandezza e ricchezza cresceva sempre più, fino a superare l’economia cittadina; questo perchè, con gli anni modificarono la loro regola “ora et labora” facendo lavorare al loro posto i servi della gleba (o conversi). Come sappiamo nel medioevo la maggior parte delle persone desiderava e aspirava ad entrare in monastero o a diventare cavaliere. Il monastero era il luogo dell’ascesi e della penitenza individuale, del rifugio e della protezione dai feroci costumi di una società militare, ma diventava in primo luogo la sede della preghiera collettiva e pubblica di cui gli uomini e la società hanno bisogno per la loro stessa sopravvivenza. Si entrava in monastero anche per raggiungere un sempre più stretto contatto con Dio. Già a quel tempo i forestieri e i pellegrini che bussavano alle porte delle grandi costruzioni venivano accolti all’interno esso comprendeva come adesso il noviziato (scuola per l’istruzione).
1. All’inizio i monaci erano abituati a mettere tutto in comune. Furono chiamati monaci per l’austerità della loro vita solitaria e senza famiglia; le comunità che formavano cenobiti e i loro alloggiamenti, cenobi. La loro era una vita separata dalle “debolezze” e dalle “miserie” umane, per dedicarsi alla ricerca di Dio (Cassiano). Due punti fondamentali li contrassegnavano:
– vita comunitaria (cenobio) > struttura organizzata secondo una regula
– La fuga verso il deserto, senza dimenticare il criterio di obbedienza e disciplina
2. A partire dal X secolo le linee della ripresa monastica si attuano sempre più velocemente. Re e grandi signori puntano soprattutto sui monasteri come centri religiosi di preghiera, aziende agricole, sedi di espansione e di rafforzamento politico sul territorio. Ma la complessa funzione delle fondazioni monastiche fa si che vengano attaccati da signori, vescovi e milites. Le due grandi distanze di riferimento della “libertà monastica”, diventano così il potere regio e quello papale. Il monastero divenne nel XI-XII secolo la congregazione religiosa più importante e autorevole della cristianità. Questi erano anche i secoli della grande espansione. La società era suddivisa in tre ordines: gli uomini della preghiera (oratores), gli uomini della guerra (bellatores), gli uomini del lavoro dei campi (laboratores). Tra i cristiani invece ci sono tre livelli laici, chierici e monaci. Solo alcune congregazioni istituivano la figura dei conversi (coloro che presero il posto dei servi). La vita interna del monastero e il suo ruolo assumono una dimensione culturale e di assistenza, la parte riservata alla liturgia nella giornata monastica si dilata, soprattutto nella congregazione cluniacense. Tra il X e il XII secolo ci fu l’universo monastico: la fondazione di un èlite…
3. La scelta monastica reclama un rapporto privilegiato con l’assoluto. L’insegna è quella della rinuncia al mondo, è l’elezione della “povertà volontaria” come espressione della sequela Christi (“ecco noi abbiamo lasciato tutte le cose ed abbiamo seguito te…”). Diventare monaci è piuttosto abbandono della società profana e delle sue sedi abituali, rifiuto della sua quotidianità e delle sue prospettive, privilegiamento della ricerca di Dio nella preghiera e nella contemplazione, ristabilimento di un ordine e di una scala di valori sconvolti e manomessi dalle ricorrenti insidie di Satana. La potenza e la ricchezza dei monasteri, la grandezza delle loro chiese e lo splendore del loro culto, l’ampiezza delle loro foresterie, disposte per accogliere i poveri pellegrini ma anche per poter degnamente ospitare i grandi della terra, le centinaia di uomini che la sciano i campi dopo che l’invito a lavorare di Benedetto si è tradotto in altre più nobili attività. Il monastero rende visibile e concreta nella storia la realtà di una natura umana sottratta ai disordini e alle violenze del peccato, creando isole di ordine e di “razionalità” in una società che senza di esse resterebbe preda della sovversione provocata dalle costanti incursioni del maligno. Non è da tralasciare che i monastici a quel tempo erano tra i più intelligenti e i più sapienti di quell’epoca. La scelta monastica è anche una scelta di cultura e di conoscenza, rappresenta per i figli della nobiltà l’unica alternativa reale offerta al mestiere della armi. Infatti la vocazione alla santità va di pari passo con la vocazione alla cultura. Il monastero, soprattutto agli inizi, è luogo e occasione di salvezza; in esso si impara a dare importanza alla vita terrena ma anche ai destini futuri (la vita eterna). Nonostante tutto questo per i monasteri ci fu una grande crisi di vera fede; infatti l’equazione: vita apostolica- vita monastica non combaciava molto e tutto questo a causa della crescente importanza che si dava alla ricchezza e alla mancanza della vera povertà.

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1 commento »

  1. I SECOLI DEGLI SCHIAVI SLAVI

    di Aldo C. Marturano © 2008

    Sappiamo che il Nord Russo era conosciuto ai musulmani che descrivono le Terre Settentrionali del Mondo col nome Paese degli schiavi “bianchi” ossia Bilad as-Saqalibat e le fonti sono affidabilissime poiché quegli autori scrivono per averle visitate personalmente (più di qualcuno) o per notizie raccolte da altri viaggiatori altrettanto di fiducia o persino per eredità culturale da autori classici anteriori. Tuttavia non indicano una regione ben delimitata che ci autorizzi a dire in quale punto geografico tale commercio iniziava o si concentrava. Saqalibat infatti non è che un adattamento del greco Sklavinos o Sklabenos/Stlabenos alla fonetica araba mentre “bianchi” l’abbiamo aggiunto noi in quanto il colore della pelle costituiva un segno distintivo e selettivo nella classificazione della qualità di questa merce umana nei secoli dal IX al XIV d.C. e dunque Bilad as-Saqalibat si può estendere a tutta la cosiddetta Slavia nordica del X sec. E’ possibile dedurre che fossero proprio i greci (di Costantinopoli e del Levante siriano) ad aver trasmesso ai mercanti la preziosa informazione dove poter comprare gli schiavi da quando i Germani, essendo diventati parte del “popolo romano” e addirittura l’élite dell’Impero Franco, non erano più “merce vendibile”.
    Tutta questa storia è già nascosta nella parola che si diffuse intorno al X sec. in quasi tutte le lingue romanze (come in italiano) e che indicava gli schiavi! Schiavi e Slavi non sono che due varianti dell’etnonimo attribuito dai classici greco-romani alle popolazioni che premettero intorno dal V-VII sec. sui confini dell’Impero. Né è superfluo aggiungere che i mercanti di schiavi più famosi furono gli ebrei detti rahdaniti nel X-XI sec. seguiti poi da Venezia la quale, dal X sec. fino alla scoperta delle Americhe, ne custodì il diritto e l’esperienza di esclusiva di vendita e di trasporto.
    La prima domanda che dobbiamo porci adesso è: Chi era lo schiavo e come diventava tale?
    Ci siamo ripromessi di non addentrarci nella giurisdizione alla quale lo schiavo era soggetto nei vari paesi europei e nei paesi limitrofi, in quanto lo giudichiamo un argomento farraginoso e complesso (da riempire più libri) e che va trattato separatamente da quello del traffico commerciale, dove invece si accentra il nostro interesse, e dunque rimandiamo il lettore interessato ai lavori specialistici. In questa sede accenneremo a grandi tratti soltanto a qualche aspetto legale sulla schiavitù, lasciando da parte specialmente i concetti di libertà, di limitazione dei diritti civili etc. che nell’epoca che attraversiamo (IX-XI sec.) hanno definizioni lontanissime da quelle di oggi e richiedono perciò una preparazione culturale notevole al lettore non sia “ben armato”.
    Vediamo allora qualche caso tipico di come si può “cadere in schiavitù”. Il primo è il destino di un soldato perdente il quale, se non riusciva a sfuggire alla cattura alla fine dello scontro, era portato via prigioniero dal vincitore (stato di čeljad’ in russo). Per questo giovane c’erano poche buone opzioni sul proprio destino futuro. Ad esempio, nel caso più fortunato poteva essere riscattato dai suoi, se il vincitore aveva tempo e voglia di contattare il signore perdente e istallare delle trattative a questo scopo con le persone giuste. Il che accadeva molto raramente per un soldato semplice, mentre era più possibile per una persona di alto rango. Dunque gli schiavi diventavano una parte del bottino vinto in battaglia di cui farne l’uso che più aggradava e solo se ancora in buona condizione fisica, altrimenti, se feriti o moribondi, venivano abbandonati al loro destino. Capitava pure, in moltissimi casi, che fossero trascinati in schiavitù anche i famigliari dei soldati, se accompagnavano l’armata, ossia donne e bambini sui quali si lucrava meglio. Se poi teniamo presente che nell’epoca che ci interessa la guerra e gli scontri erano pane quotidiano sia d’inverno che nella bella stagione, possiamo facilmente immaginare come gli schiavi ottenuti dopo uno scontro costituivano un approvvigionamento di uomini abili alle fatiche quasi regolare. Non valevano però molto perché erano già “vecchi” secondo gli standard di vita del tempo (30-40 anni era già un’età veneranda) ed era poi difficile mantenerli o metterli al lavoro, mentre le donne e i bambini erano in realtà più utilizzabili “con profitto”.
    Dalle notizie che abbiamo, sappiamo che gli Slavi non erano soliti tenere schiavi per lungo tempo e dopo un certo numero di anni a questi prigionieri veniva concessa la scelta di andarsene per proprio conto o di entrare a far parte della comunità in cui ormai si trovavano, formandosi una famiglia propria. Tuttavia altri autori che scrissero sugli Slavi in epoca ancora anteriore avvisano che i prigionieri risparmiati alla schiavitù, talvolta erano sacrificati agli dèi!
    A parte ciò, è chiaro che nessuno di questi casi interessava i mercanti per farne traffico.
    Nella società cittadina della Rus’ di Kiev (si era appena ai suoi inizi) un modo per trovare lavoro o per vivere meglio, se non si avevano altre possibilità, era quello di vendersi letteralmente ad un facoltoso padrone in modo da assicurarsi difesa, cibo, rifugio e quanto serviva alla propria vita quotidiana (stato di rab o slugà in russo) e in questo stato ricadevano di solito i prigionieri di guerra. Essere specialisti nel saper fare qualcosa, permetteva logicamente di esser accolti meglio dal padrone eventuale come artigiani, sempre con alloggio e vitto (talvolta il padrone si preoccupava di trovare la sposa per il proprio lavorante) inclusi, non esistendo un vero contratto di lavoro come oggi.
    Oppure esisteva una specie di schiavitù a termine per obblighi non onorati o per debiti pregressi e, addirittura, per debiti ancora da fare ossia per crediti (stato di holop in russo), dando in pegno la propria persona. Quest’ultimo fu il caso più comune dei lavoranti di Novgorod la Grande presso le cascine-fabbriche dei bojari di quella repubblica o (probabilmente, se non erano deportati di guerra) dei russi trovati a Qara Qorum in Mongolia da Giovanni da Pian del Carpine nel XIII sec. Era abbastanza comune per i contadini in seguito a qualche mattana naturale, inondazione o incendio o pestilenza e simili, di impelagarsi in accordi di questo genere, talvolta molto rischiosi. Infatti come schiavitù a tempo determinato, c’era il caso di ritrovarsi a servire il creditore furbo per tutta la vita, se non si erano stipulati dei patti molto chiari!
    Anche questi schiavi non erano “roba” da traffico, come si capisce bene. E allora dove trovavano i mercanti la merce da vendere visto che la domanda era in aumento?
    In verità abbiamo messo da parte un altro tipo di schiavitù o di vendita di “merce umana” che ancora oggi si fa, sebbene poi la si mascheri sotto altri nomi eticamente più accettabili nella monetizzazione odierna, ossia la vendita dei propri figli.
    Prima però di parlarne più in dettaglio, ricordiamo dove andavano a finire e come erano impiegati questi ragazzi e ragazze.
    Sull’argomento purtroppo la letteratura è scarsissima perché pochi contemporanei s’interessarono ai loro destini salvo che non facessero parte del decoro e degli ornamenti curiosi nelle descrizioni delle grandi dimore e delle grandi corti ove se ne contavano a migliaia oppure nelle molto più tarde considerazioni “etiche” della Chiesa di Roma sulla schiavitù in generale.
    In questi secoli di bassissima automazione moltissime attività che oggi sono compiute da macchine erano allora fatte da uomini o donne e non solo perché richiedevano lo sforzo continuo di una o più persone, ma anche perché certe attività e certi lavori erano considerati “inferiori” o troppo impegnativi dall’élite al potere e dai loro emuli e baciapile e quindi era preferibile che li eseguissero altri individui di rango più basso. Non erano lavori pesanti, ben inteso, ma soltanto ripetitivi e genericamente disprezzati dalla nobiltà. E qui entra benissimo il mercante poiché questo era il genere di merce che fruttava di più con clienti che in principio erano in grado di pagar molto bene.
    Distinguiamo così tre tipi di schiavi principalmente:
    1. da mettere in servizio militare permanente
    2. da impiegare per i lavori domestici (compresi i servizi sessuali)
    3. per i lavori pesanti o ripetitivi (gli opera servilia di Carlomagno!)
    4. per incarichi particolari (eunuchi)
    Per quanto riguarda il primo tipo, il mercante ne ritrovava presso i popoli della steppa ucraina e asiatica dove i ragazzi già puberi erano “venduti” sapendo già cavalcare e tirare d’arco. Erano considerati schiavi di ottima qualità e, se teniamo presente che costoro riuscirono a fondare addirittura una dinastia di governo “egiziana” ossia i Mammelucchi (dall’arabo mamluk ossia “uomini di proprietà del signore”), possiamo immaginare come fossero apprezzati e che carriere potessero percorrere (vedi pure il Saladino). In questo caso erano di sesso maschile e il serbatoio di rifornimento era il cosiddetto Paese dei Turchi ossia Bilad al-Atrak ossia il territorio intorno alla Coresmia.
    Per quanto riguarda il terzo tipo di schiavi, la fonte primaria era l’Africa Nera (Zinj nelle fonti arabe) e i giovani erano preferibili quasi sempre con la pelle molto scura, quasi a voler far riconoscere subito quale tipo di lavoro facessero rispetto ad altre persone di servizio con la pelle più chiara. Erano di entrambi i sessi ed avevano un prezzo più basso rispetto agli altri perché considerati di qualità inferiore (!!).
    E finalmente giungiamo agli schiavi slavi che erano inclusi nella stragrande maggioranza nel secondo e nel quarto tipo! Erano di tutt’e due i sessi, di alto prezzo e destinati ad attività varie e particolari, tanto da richiedere spesso interventi corporali ossia evirazione o tagli periodici di capelli per farne parrucche!
    Naturalmente sull’argomento schiavi occorre abbattere degli stereotipi e noi lo faremo adesso.
    Per comprendere meglio il traffico che durò per secoli (ma non dura ancora oggi?) e che in pratica fu una vera e propria migrazione quasi forzata di migliaia e migliaia di persone da una parte all’altra del continente eurasiatico dobbiamo dire che fruttò fior di quattrini, non solo a chi semplicemente trafficava, ma anche a chi percepiva gabelle e pedaggi.
    Che questi ragazzi e ragazze fossero poi trattati male dai mercanti è un’assoluta menzogna. Costavano talmente tanto e il prezzo era riscosso soltanto se la “merce” si presentava bene! Figuriamoci quindi se non venissero curati affinché arrivassero a destino in piena forma! Di certo viaggiavano ben nutriti, ben puliti e in ordine. E il viaggio era pure lungo. Per dare qualche esempio su quest’ultimo punto diremo che da Kiev a Costantinopoli ci occorreva circa un mese mentre per giungere a Cordova ce ne volevano anche tre. Si può quindi immaginare quali spese incontrasse il mercante per questi ragazzi che doveva tenere in ozio per risparmiarli dalle fatiche che ne avrebbero rovinato la qualità. L’unica attività poteva essere qualche piacere sessuale durante il viaggio, per controllare se funzionavano bene in questo campo.
    Un altro quadro sbagliato è quello di vedere sempre gli schiavi esposti al mercato! Al contrario! Quelli destinati alle corti signoriali erano già prenotati e quindi non dovevano neppure essere visti per sbaglio dall’acquirente occasionale. Al limite, soltanto quelli scartati, ma successivamente, apparivano sul mercato!
    Nei dipinti a volte vediamo schiavi incatenati o con le braccia legate e il mercante con la frusta in mano che volge loro uno sguardo minaccioso perché sembra promettere di batterli a sangue. Anche questo non è il caso per gli schiavi saqaliba! Erano presentati nudi affinché non si nascondessero eventuali difetti fisici ed erano palpati e guardati in tutti i recessi corporei… questo sì! Alla fine non era un grande scandalo per i costumi dell’epoca, perché i giovani erano già puberi e dunque la loro era una nudità innocente e artistica, se così si può dire, abbastanza comune nel Medioevo.
    E vediamo un po’ di capire come e dove venivano raccolti. Nemmeno qui le fonti sono di grande aiuto e tutt’al più possiamo dedurre come avvenisse la “raccolta” dal folclore nordico che probabilmente ne ha conservato nelle favole un lontano ricordo “cristianizzato”. Si può esser sicuri che, dietro le fiabe tedesche di Grimm come Pollicino o delle byline russe sulla Baba Jagà, si è tramandato proprio tutto un complesso di eventi legato alla vendita degli schiavi giovanetti!
    Partiamo invece dalla precaria economia contadina, basata sullo sfruttamento d’un appezzamento di terreno che col passar del tempo cala di rendimento. Ad un certo momento la resa agricola non permette che il numero di persone nutrite si accresca oltre e, data l’alta natalità (ma anche tenendo conto della grande la mortalità perinatale e della selezione biologica rispetto alla resistenza alle malattie) bisogna liberarsi delle bocche in soprannumero… pena la penuria di cibo per tutti!
    Per le ragazze di solito c’era il matrimonio esogamico che ribaltava il problema della bocca in più ad un’altra famiglia in un altro villaggio (la famosa famiglia allargata degli Slavi del sud, la zadruga, di una cinquantina di persone parenti qui nel nord infatti era molto meno diffusa). E presso gli Slavi prendere una moglie in un altro villaggio significava pagare il veno ossia le “spese” sostenute “per l’allevamento” al genitore di lei! Dunque comprare una ragazza per un futuro matrimonio non era alcunché di strano!
    Per i maschi invece occorreva trovare un altro esito e così, per il loro bene, ma anche per il bene di tutti, i ragazzi e le ragazze venivano – addirittura! – portati al mercato per affidarli a chi li volesse… pagando. Alla fine di tutti questi percorsi possibili (ricostruiti) ecco che c’era anche quello più sistematico che qualche genitore più lungimirante che amava davvero i figli sceglieva quando decideva di affidare i propri (e quelli di altri che erano d’accordo con lui) al mercante di bambini. Niente di diverso di quello che si fa oggi ovunque e ancora nel mondo, magari in modo più protervo! D’altronde il famoso viaggiatore cordovano del XV sec. Pero Tafur si fermò qualche tempo a Caffa (genovese) in Crimea e qui racconta di aver parlato al mercato con qualche genitore sulla vendita dei figli e che questi gli abbiano risposto che i figli sono doni di Dio e che quindi in caso di bisogno devono fruttare un guadagno ai genitori.
    Questi sono dunque gli schiavi che noi chiamiamo qui di seguito saqaliba con una semantica un po’ più allargata.
    Premesso questo, ipotizziamo di ricostruire dei termini di “consegna”.
    Anzitutto è fuorviante pensare a grandi numeri, sebbene i censimenti degli schiavi adulti presenti in ogni corte musulmana, ma anche nel Laterano, citati da M. Lombard parlino di una decina di migliaia di schiavi slavi per corte. A nostro avviso, sono numeri globali, relativi ad un certo numero di anni, perché, da altri paragoni documentari che abbiamo, un dato più reale è al massimo una cinquantina di ragazzi (e ragazze insieme) per ogni spedizione dal Nord. In più gli schiavi provenivano anche da altre plaghe slave più a sud del Baltico, come i Balcani, ed è difficile determinare un centro di vendita ben definito e localizzato per lungo tempo. La raccolta maggiore comunque era nell’attuale Bielorussia in cui Polozk e Druzk mantennero le vendite di schiavi più cospicue fino al 1430!
    E’ indubbio però che la maggioranza era di provenienza molto nordica e dunque di etnia baltica, finnica e slava. Un errore è pensare sempre a catture forzate nei villaggi slavi o finnici o baltici del Nord per ottenerne, benché dobbiamo ammettere che talvolta ciò accadde. La piccolezza dei villaggi, la loro disseminazione all’interno delle foreste o nel semideserto Nordest scoraggiavano chiunque a intraprendere azioni di forza del genere!
    Dunque i giovani sono condotti in un certo luogo convenuto dove il mercante (forse dietro l’Uomo Nero delle favole, il bielorusso Kraciùn, si nasconde proprio costui) li esamina, fa un prezzo, lo paga (di solito in natura) al genitore portatore e finalmente porta via con sé la partita acquistata.
    Non occorre immaginare carovane di schiavi giovinetti commerciati dai Rus’ e dai Rahdaniti come una triste processione di ragazzi battuti a sangue o trattati male giacché, lo ripetiamo, è assolutamente irreale!
    A Costantinopoli (e in generale nel mondo cristiano) lo schiavo era visto, sì, con pietà, ma anche come colui che colpito dal peccato era caduto tanto in basso per volontà di Dio e perciò, quella che fosse la sua funzione, finché non avesse espiato le sue colpe era considerato come un uomo in penitenza perpetua. In questo quadro ideologico perciò rientra bene la descrizione che Costantino VII Porfirogenito fa degli schiavi slavi portati dai Rus’ ossia: incatenati e mandati avanti a spintoni dai padroni. Questo però era il modo che i Rus’ erano obbligati a rispettare per portarli in città… secondo le prescrizioni precauzionali di polizia previste come corollario al famoso Trattato di Olga di Kiev del 947 d.C.! L’accesso nella capitale imperiale era possibile esclusivamente ad un certo numero di uomini che non poteva essere superato (50) e perciò gli schiavi entravano in città solo se legati come animali giacché in tal modo non contavano più come esseri umani veri e propri.
    Per il mondo musulmano abbiamo la testimonianza di Ibn Fadhlan del 921 d.C. il quale fra le altre cose ci dice come gli schiavi saqalibat erano alloggiati nella tenda del loro custode dove il compratore poteva andare a guardarseli nudi e trattarne il prezzo. E’ chiaro che gli schiavi più belli e speciali destinati ai clienti altolocati non erano disponibili come ci dimostra la grande reticenza di un mercante Rus’, Dilli, a dare in vendita una ragazza muta già promessa ad altri, nel racconto della Saga degli uomini di Laxdal.
    Insomma il destino che attendeva questi slavi giovanetti non era assolutamente negativo, anzi! Perdevano la poca cultura che avevano acquisito durante l’infanzia, ma ne acquistavano un’altra molto più elevata, visto che diventavano dei quasi-membri di famiglie molto abbienti in luoghi d’Europa di alta civiltà. Certo, dimenticavano la loro lingua e persino il luogo dove erano nati e gli unici segni distintivi che denunciavano la loro origine esotica erano il colore della loro pelle, i loro capelli biondi e i loro occhi azzurro cielo. Addirittura, specie nei paesi musulmani, erano quasi sempre circoncisi e sottoposti ad un regime giuridico molto leggero in questione di diritti e non oppressivo malgrado la loro attività di dipendenti, proprio come i membri di minore età della famiglia…
    Inoltre la morale sessuale era diversa a quei tempi e, se una ragazza era adibita esclusivamente ai servizi sessuali nella famiglia che l’aveva comprata, non c’era gran che di male, salvo le lamentele dei soliti benpensanti musulmani che si preoccupavano che queste “slave” dessero al mondo figli malaticci… a causa del colore così pallido della loro pelle! Lo stesso Ibn Fadhlan fa il moralista quando sorprende un venditore Rus’ in accoppiamento con una delle schiave e si adombra perché costui completa il suo coito prima di rivolgersi al cliente che sta ad attendere guardando! Allo stesso modo non c’era nulla di male che i maschietti, destinati già ad una carriera più prestigiosa, fossero castrati. Samarcanda, Verdun, Ratisbona erano dei centri rinomati per questo, dove i medici ebrei sapevano far bene tali operazioni senza conseguenze per la salute futura dei piccoli pazienti.
    Perché evirarli? Evidentemente ciò era fatto con lo stesso criterio con cui si castravano i torelli ossia per calmare i loro bollenti spiriti! In realtà poi lo si faceva affinché non si creassero problemi di prole illegittima con le donne di casa! Tuttavia sterili, ma integri sessualmente erano adibiti tranquillamente agli amori pederastici (o pedofilici che dir si voglia) in voga in tutto il mondo mediterraneo, senza distinzione di religione… salvo l’osservazione poco benevola di qualche moralista cattolico del tempo al quale il mercimonio schiavistico era odioso in sé e per sé.
    E allora quali attività erano loro riservate? Per quanto ne sappiamo e mettendo insieme ambienti cristiani e musulmani, le ragazze servivano da domestiche, da badanti, da cuoche, da assistenti alle dame della casa, da compagne di letto, da ballerine o da spogliarelliste. Gli uomini invece ricevevano anche incarichi di fiducia quale dispensiere e magazziniere oppure guardiano, scudiero etc.
    Perché ci siamo fermati di più sul mondo musulmano? La risposta è presto data: Le corti musulmane furono le più assidue (durarono più a lungo, come clientela) nella compravendita degli schiavi, rispetto alle cristiane. D’altronde la conquista musulmana del VII sec. d.C. di gran parte dell’Impero Romano non aveva causato distruzioni dei centri cittadini e dei mercati già esistenti e dunque in queste “nuove” società più progressiste in cui si fondevano il credo islamico con le abitudini bizantine (e sasanidi nella parte più orientale), nelle strutture e negli impianti lo schiavo era già presente: Non tanto come strumento vivente che fa girare macine o che rema fino a spossarsi incatenato al banco sulle navi perché questo tipo di schiavitù di solito era assegnato al delinquente condannato ai lavori forzati (come il soldato vinto!), quanto piuttosto come persona di servizi domestici. E di questi schiavi si faceva mercato più intensamente, quasi che il mercante fosse una specie di agenzia di collocamento al lavoro! E’ inteso pure che per queste occupazioni i giovani non dovessero soltanto star bene in salute o essere forti e robusti, ma dovessero essere soprattutto belli docili e pronti ad accondiscendere a qualsiasi richiesta del padrone perché li aspettavano attività persino prestigiose. Poco male se certi non hanno appreso un mestiere quando arrivano dal nuovo padre e padrone. Faranno il tirocinio qui!
    Certo, se sbagliano, sono puniti e forse più duramente di altri famigliari non schiavi, ma questo è naturale e dipende dall’umore e dal carattere dei padroni più che dagli errori commessi…
    Comunque sia, nell’Islam erano trattati meglio che in altri posti, seguendo le raccomandazioni di Maometto quando quel sant’uomo aveva paragonato gli schiavi ai poveri e ai disabili degni di cura, di misericordia e d’attenzione maggiori da parte di chiunque, credente oppure no. E poi non fu forse la Spagna musulmana (al-Andalus) uno dei maggiori mercati di passaggio per gli schiavi (specialmente le belle andaluse) che andavano in acquisto presso l’Europa cristiana via Rodano-Lione?
    Intanto nella cornice della morale cristiana medievale, la schiavitù non era da sopprimere e non rientrava esattamente nel quadro delle deliberazioni dei Concilii, intese al miglioramento delle condizioni materiali e morali delle persone fisiche. La politica della Chiesa Cattolica mirò soprattutto acché questi uomini e queste donne non aumentassero il numero degli infedeli (vista la loro origine prevalente dalle steppe asiatiche già convertite all’Islam) e degli eretici (visto che provenivano da un ambiente pagano o ortodosso come il Grande Nord). Questa fu la posizione riflessa di Ottone I quando avvertì il Doge Pietro IV Candiano che quel traffico di Venezia con gli schiavi Slavi dal Mar Nero non gli piaceva affatto perché lo metteva in cattiva luce con gli Slavi dell’Elba che stava “evangelizzando”! E’ da dire che i Veneziani però non si attennero alla promessa, ma anzi, per risparmiare i lunghi viaggi dal Mar Nero fino all’Adriatico, si misero a trafficare gli Slavi della vicina Dalmazia dal fiume Neretva (gli schiavi narentini). Per di più, come nel caso dei turchi delle steppe, si rafforzavano le armate militari dei regni musulmani che premevano l’Impero da tutti i lati.
    Dunque intorno al X sec., maschi e femmine, erano destinati (e lo ripetiamo) più agli usi domestici e soltanto in minor misura ai lavori agricoli, come era stato sotto l’Impero Romano antico. Pertanto: numero limitato per l’impiego nei lavori logoranti (sotto il sole nei lavori agricoli la pelle si abbronzava e le donne non piacevano più!), lunghi percorsi dal punto di “produzione” ai mercati di vendita e dunque preoccupazione che arrivassero a destino malati o esausti e guadagni notevolissimi per i mercanti (ricordiamolo!) principalmente Rahdaniti e Veneziani.
    Quanto costavano all’ultima vendita, detratte le spese di mantenimento, viaggio e gabelle pagate lungo gli itinerari?
    Fatti i debiti conti (molto approssimativi) al genitore-venditore andava un ben misero compenso in natura rispetto a quanto metteva in tasca il mercante e tuttavia per l’economia rurale del tempo, quell’arnese o quell’utensile ottenuto in cambio del figlio era abbastanza vantaggioso da ripagargli l’allevamento e soprattutto perché prometteva un futuro molto roseo al ragazzo partito per terre lontane che a casa sua non avrebbe mai potuto avere a causa degli stenti derivati dalla sua presenza.
    Vediamo però i prezzi correnti.
    L’archeologo F. Schlette, ci dà un prezzo generico per il X sec. in area carolingia: 300 g d’argento che paragona a quello d’un cavallo che ne costava quasi altrettanto o d’una vacca, 100 g, o d’una spada, 125 g. Un altro autore, lo storico americano Y. Rotman, ci dà un prezzo (minimo) di 10 nomismi d’oro o due rotoli di seta in area bizantina nel IX sec. Una schiava negra invece costava soltanto 4 nomismi, sempre a Costantinopoli!
    I prezzi dati sopra sono comunque somme molto alte rispetto al tenore di vita del tempo della gente semplice (2 nomismi era il salario d’un intero anno di un uomo libero al lavoro dipendente!) che viveva dove questi schiavi venivano comprati e perciò solo un re o un signore di pari potenza economica poteva permettersi di averne o di usarne. Come esempio, aggiungiamo che per un servizio sessuale con una schiava di un altro padrone il prosseneta incassava dal cliente ben 36 nomismi per una notte!!
    Lo storico “del commercio” P. Spufford ci fornisce qualche prezzo (siamo però già nel XV sec.) a Firenze di schiave dell’est europeo che si aggira oltre gli 80 fiorini ossia il guadagno di un tessitore locale per buona parte della sua vita!
    Gli acquirenti registrati comunque sono fra i più notevoli: La corte musulmana di Baghdad, Costantinopoli, il Papa di Roma, le corti carolingie, l’Egitto, Palermo, l’Arcivescovato di Magonza, la reggia di Ingelheim etc. etc.
    Ed ecco che si presenta il problema di individuare quali erano gli itinerari mercantili più frequentati che portavano gli schiavi slavi dal Nord russo al Mediterraneo e come erano fra loro collegati e come evolsero, almeno fino al XIV sec.
    Prima di addentrarci in questo campo diciamo subito che qui non lo esauriremo e aggiungeremo al contrario che in questi traffici l’unica città russa nel X sec. che ci guadagnò più delle altre fu Kiev con le gabelle. Queste erano in natura ossia il Principe di Kiev “riceveva” qualche schiavo per ogni partita del mercante di passaggio lungo la rotta fluviale del Dnepr e il giovane entrava nell’armata personale (druzhina del knjaz). Dalla Bielorussia i traffici di schiavi invece viaggiavano “via terra” (in realtà lungo affluenti interni del Danubio) e poi entravano nell’Impero Franco attraverso il posto di dogana di Raffelstetten in Austria odierna (passando prima dalla franca Ratisbona, una delle “fabbriche d’eunuchi”) fino al XI sec. Una città slava che fiorì con questo commercio era proprio all’uscita di quell’itinerario: Praga (anch’essa centro di castrazione). Ce lo dice un visitatore ebreo andaluso interessato a questi traffici, Ibrahim ben Jaqub, che passò da queste parti intorno al 965 d.C. Val la pena leggerlo in qualche rigo:
    “Praga è la città più ricca per i traffici … in questo paese. I Russi e gli Slavi portano qui le loro merci passando da Cracovia. Anche i musulmani, gli ebrei (rahdaniti) e i turchi dal Bilad al-Atrak portano le loro merci e i pezzi d’argento per trafficare. … (Qui comprano) schiavi, stagno e vari tipi di pellicce (pregiate)…”
    Tuttavia la via preferenziale degli schiavi saqaliba restarono il Dnepr e il Mar Nero. Dalle Terre Russe del Nord via Chersoneso in Tauride si andava fino a Costantinopoli. I traffici diretti in Spagna, per al-Andalus, usufruivano dei trasporti via mare che collegavano (ce lo dicono le carte della famosa Ghenizà del Cairo) velocemente le coste palestinesi o Alessandria d’Egitto con Almeria sul Mediterraneo o con Siviglia al di là dello Stretto di Gibilterra. Per queste ragioni le carovane dopo aver percorso il Volga non attraversavano il Caucaso da Derbent, ma aggiravano il Mar Caspio lungo la riva orientale nel territorio della Coresmia e poi scendevano verso Baghdad e di qui proseguivano per il litorale mediterraneo. Le coste settentrionali del Mar Nero erano escluse a causa dei nomadi delle steppe ucraine e dell’ostilità con Costantinopoli. Alla fine il Mar Mediterraneo fu e si affermò come la strada più frequentata da questo traffico e abbiamo anche detto come i rahdaniti risalivano il Rodano fino a Lione con i loro carichi entrando dalla foce con le navi noleggiate…
    Secondo L. N. Gumiljov l’epiteto Rahdaniti (questa è la trascrizione dall’ebraico, diversa da quella di Ibn Kurdhadbeh o di al-Faqih) si spiega col persiano antico e significa coloro che conoscono la strada ossia con una parola moderna: i piloti, i capiconvoglio. M. Lombard propone un altro etimo ossia frequentatori del Rodano in quanto strettamente collegati con gli ebrei di Lione, difficilmente accettabile però poiché questi mercanti frequentavano molti altri fiumi lungo i quali c’erano delle comunità ebraiche e forse anche più spesso. Dunque partendo dal nome la loro origine dovrebbe essere persiana.
    Riassumiamo da Gumiljov. Dopo la famosa rivolta di Mazdak intorno all’VIII sec. una parte di ebrei persiani erano fuggiti e si erano trapiantati nella zona dell’Anticaucaso e qui avevano offerto la loro alleanza alle tribù turcofone locali. Essendo però gente di città che non accettava facilmente il regime di vita nomade, quando giunsero da quelle parti anche i fuoriusciti ebrei bizantini più o meno alla stessa epoca, le comunità si unirono più volentieri per fondare città come Semender, Belenger o Itil dove si dedicarono al commercio internazionale e intercontinentale, approfittando della posizione geografica dell’Anticaucaso vicinissimo alle Vie della Seta e delle Spezie e dell’appoggio scontato delle comunità del resto della Diaspora. A poco a poco, a parte le inevitabili rivalità religiose interne, accumularono tali e tante ricchezze da attirare e coinvolgere nelle loro attività l’élite nomade locale (dell’Anticaucaso) e, dagli incontri fra le emancipate ragazze ebree e qualche ambiziosa famiglia nomade turcofona scaturirono, oltre ai Cazari ebrei propri, anche i cosiddetti Rahdaniti!
    Intanto è chiaro che quando i Cazari vengono a contatto con i Rus’, l’impressione che si ha è che due mondi assolutamente diversi e inconciliabili si trovino di fronte: da un lato della gente culturalmente molto superiore e dall’altro i Rus’, rozzi e pericolosi pirati in bande sparse e senza un’organizzazione statale unitaria… In quest’epoca i Cazari sono la potenza dominante nelle Terre Russe e sul Volga e, come d’altronde era la loro politica con gli stranieri, non hanno alcun interesse a favorire la riunione delle tribù esistenti sotto il loro governo in uno stato unico e così utilizzano i Rus’ divisi fra bande rivali ogni qual volta ciò si renda necessario in varie spedizioni punitive nel Caucaso, nel Caspio e fino nelle sponde persiane del grande lago, ma… come mercenari! Dunque: niente stati, ma soltanto genti assoggettate che pagano il dovuto tributo. Una figura come Oleg, leggendario fondatore dello stato Rus’ di Kiev, e il Kaghan cazaro contemporaneo Giuseppe nominato persino da Yehuda Halevy nel suo libro Kuzarì ci fa vedere subito l’abisso che divide l’uno dall’altro. Il primo è incolto, di religione panteistica e quindi considerato inferiore, pirata e assolutamente non avvezzo alla politica e il secondo invece è istruito perché sa scrivere persino in due (o forse più) lingue diverse e riesce ad intrattenere corrispondenze con la Spagna lontanissima e con Baghdad. Il Kaghan vive in città con ricche costruzioni in pietra e mattoni e gestisce un proprio esercito pagandolo per il servizio militare che, soltanto per rappresaglia, ricorre alla razzia perché questa è un’azione militare considerata in quei tempi di grado inferiore rispetto alla guerra dichiarata.
    Poi Kiev passerà al Cristianesimo (fine X sec.) e acquisterà una parvenza di modernità. Gli ebrei non spariranno in città, ma saranno molto vicini ai sovrani Rus’. Non sappiamo quanto tempo durasse la loro predominanza sugli affari “di corte” kieviani, ma possiamo vedere, dai disordini che ci furono nel sec. XII contro il Kahal e le misure prese poi dal knjaz Vladimiro Monomaco per proteggere gli ebrei kieviani, che avevano ancora molta importanza. Anzi! Nella toponomastica cittadina l’esistenza di uno stabile quartiere ebraico resta testimoniata fuori dalle mura kieviane (copiando l’uso da Costantinopoli per il trattamento degli stranieri) dall’accesso riservato in città attraverso le Porte Giudee o Židskie Vorota.
    Nel trattato concluso a Costantinopoli nel 947 Kiev si era impegnata a fornire (senza interruzioni, per carità!) tre tipi di merci in particolare: Schiavi, Pellicce di pregio e Cera e noi ci siamo concentrati qui sugli schiavi. Tuttavia la scelta di Costantinopoli di assicurarsi le forniture dei sopradetti articoli non è tanto il risultato di intense trattative fra Rus’ e Greci né di imposizioni reciproche quanto invece una scelta già fatta dalla storia poiché Schiavi, Pellicce e Cera erano proprio le “merci di lusso” che si potevano trarre dalla foresta del Nord e che, con l’accordo fatto, si saltavano i Cazari e i loro amici Rahdaniti ormai non ben voluti alla Corte Imperiale.
    Purtroppo Kiev in questo periodo non controlla ancora la totalità del Bilad as-Saqalibat e quindi aver garantito a Costantinopoli di poter assicurare la fornitura sopradetta rappresenta in realtà il desiderio imperialistico di Kiev di dominare tutto il territorio “russo” del nord più che una garanzia commerciale e politica. Dalle notizie ricavate dagli scritti musulmani contemporanei sappiamo inoltre, leggendo Abu Ishakha al-Farisi al-Istakhri nel suo Libro delle strade e degli stati scritto intorno al 950 d.C., che … “I Russi. Ce ne sono tre popoli. Uno è vicino a Bolghar la Grande e il loro sovrano ha sede in una città che si chiama Kujaba (Kiev). E il più lontano dei popoli si chiama as-Slauija (Sloveni di Novgorod) e il terzo si chiama invece al-Arsanija di cui il sovrano ha sede nella città di Arsa.” Abu-l-Kasim Ibn Hauqal che scrive qualche anno più tardi mette in chiaro che neanche la regione di Novgorod è sottoposta a Kiev ed anzi ha un proprio sovrano che risiede in città (Salau). Nelle parole arabe si dice poi che (se Arsa corrispondesse a Rjazan’, come è molto probabile) pure questa regione “finnica” è indipendente da Kiev. Dunque c’è incertezza sull’autorità di Kiev…
    Per di più, questo è importante saperlo, Kiev tramite la reggente Olga si era impegnata, in caso di guerra contro un nemico riconosciuto comune, a fornire aiuti armati a Costantinopoli e, come si può immaginare, quando questa alleanza (provvisoria) era venuta a conoscenza di Itil, i Cazari avevano messo in atto delle ritorsioni contro Kiev di natura economica, ben conoscendo la sensibilità variago-slava per questa questione e l’inimicizia degli Slavi del Volga verso Kiev. E ciò poneva degli ostacoli proprio al flusso della merce umana…
    Quando Svjatoslav di Kiev (figlio di Olga) nel 965 riuscirà a far crollare definitivamente il gigante d’argilla cazaro e la protezione di questo stato ebraico sui correligionari rahdaniti cesserà, anche il commercio degli schiavi saqaliba cesserà attraverso gli ebrei di Kiev.
    Certo, continuerà in minor misura per altre vie, ma solo per qualche decennio ancora e sfruttando di più stavolta finni e baltici. Infatti, siccome il modo di vedere corrente era che nessun cristiano potesse possedere schiavi cristiani, non appena i “russi” furono battezzati, non poterono più essere commercializzati come al s0lito e ci si rivolse agli “ancora pagani” finni, baltici prussiani, lituani etc. La concentrazione lungo le coste meridionali baltiche di tesoretti composti di monete d’argento coniate nel Vicino Oriente musulmano ci dicono proprio che gli schiavi partivano di qua, certamente insieme con altre merci altrettanto costose e importanti. Andavano nelle corti del Regno Franco? Non ne abbiamo la certezza, ma visto che i Vichinghi norvegesi trovavano mercato per i loro prigionieri razziati lungo il Mare del Nord, è possibile che anche gli schiavi slavi prendessero le stesse vie visto che le monete coniate in Inghilterra cominceranno ad aumentare nel Baltico intorno alla fine del X sec. Può anche darsi che, dalle coste del Golfo di Biscaglia (allora praticamente disabitata e quindi terra di nessuno), i carichi arrivassero di nuovo in terra musulmana.
    Una domanda però è d’uopo a mo’ di conclusione: A chi e a che cosa serviva circondarsi di tanti servitori?

    Le rotte principali del traffico degli schiavi saqaliba seguite dai rahdaniti nel IX-X sec. d.C.
    La cartina è di W. Durant, ma ci sono alcuni errori: 1. Il Caspio non era attraversato, ma aggirato dalla costa orientale 2. A Kuzarì è preferibile la forma italiana CAZARI 3. Kerson è Chersoneso in Tauride e dunque in Crimea (acm)

    Come abbiamo visto i clienti-padroni erano tutti facoltosi e nel Medioevo ciò significava avere potere sugli uomini per poter imporre il diritto di prelievo e l’obbligo di produrre un surplus e questi ricchi, la loro famiglia e il loro gruppo avevano la necessità di mostrare questo potere attraverso l’ostentazione del prestigio e la legittimazione quotidiana attraverso l’ideologia religiosa dominante. Dedicavano tutti i loro sforzi, ideologici e finanziari, a questo scopo: lo spettacolo del potere. Ciò logicamente implicava l’allestimento di continui eventi che richiamassero la gente soggetta ad applaudire e ad approvare (processioni, mercati, sagre, compleanni del signore e simili liturgie) in cui occorreva non solo materiale e oggetti preziosi, ma anche tantissimo tempo perché le cerimonie e la preparazione alle stesse lo richiedevano. Per questi motivi una numerosa servitù era importante per fornire il tempo libero occorrente e ciò era tanto più vero quanto più l’esercizio del potere era concentrato nelle mani di re e reucci, di nobili e signori della Chiesa.
    Nel mondo musulmano qusti spettacoli erano alquanto meno imponenti e, se possiamo esprimerci così, più popolari poiché la società voluta da Maometto non ammetteva capi o imperatori, ma solo difensori della fede e grandi credenti. Questa differenza è qualitativamente incisiva per distinguerne la visione del mondo da quella del Cristianesimo. Nell’Islam sia il ricco notabile sia il califfo o l’emiro dedicavano tutto questo tempo libero… alla cultura! E non solo impegnandosi personalmente, ma anche attraverso elargizioni e fondi. Questo mecenatismo che veniva dai vertici era una specie di zakat (elemosina obbligatoria rituale) verso quelle menti inclini alla ricerca scientifica, ma prive dei mezzi necessari! La ricchezza infatti era un’elargizione divina e veniva affidata a pochi uomini non perché ne disponessero a proprio piacimento, ma per aiutare i più deboli e per spingere nei modi permessi al progresso della comunità dei credenti, del Dar ul-Islam! E qui i nomi di emiri o califfi colti e di uomini indigenti forniti di mezzi dal califfo o, pensate, dai ricchi mercanti per impegnarsi nella scienza pratica sono una lista lunghissima…
    Tutto al contrario del mondo “cristiano” che invece amava la pompa e le discussioni vuote sui temi più astrusi vietando e impedendo alle menti più libere di indagare la natura.
    Malgrado ciò, non ci interessa tanto sottolineare che in quel periodo il mondo islamico fosse più avanti nel progresso materiale e spirituale, quanto invece il risultato generale ove tutta l’Europa progredì e una delle cause scatenanti (lasciamo al lettore giudicarne il peso e l’importanza) di questo progresso che portò al Rinascimento e alla spinta all’invenzione tecnica fu proprio l’aumentare del tempo libero per l’élite… in conseguenza dei servigi resi dagli schiavi!

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    L. Capezzone – La trasmissione del sapere nell’Islam Medievale, Roma 1998

    Commento di aldo c. marturano — aprile 10, 2008 @ 9:31 am | Rispondi


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