MagisterLudi

marzo 10, 2008

L’uomo medievale.4 Il cittadino

Filed under: seconda,storia — prof @ 4:00 pm

Riporto la sintesi di Saggiorato e Todescato

IL CITTADINO

L’uomo medievale viveva nelle città, luogo non sempre ospitale e confortevole…
La città si rivela sede di un’umanità molto particolare, condannata da uni, lodata da altri.
Verso il 1250 la rete cittadina dell’Europa preindustriale è già tracciata.
Le città, vaste necropoli del mondo rurale, logorano fuor di misura un materiale umano molto presto sostituito. La loro influenza oltrepassa singolarmente la loro consistenza demografica: le scuole vi si stabiliscono, i mendicanti vi si installano, i principi ne fanno le loro capitali, l’artigianato vi si diversifica e il loro mercato stende sempre di più in lontananza i proprio orizzonti. La città è il centro di sviluppo di una società complessa che si adatta al sistema signorile e alla sua ideologia, la elabora le proprie gerarchie.
Molto importante e determinante in quell’epoca fu l’uso quotidiano del denaro…
Non bisogna pensare che tra l’abitante “cittadino”e quello “campagnolo”vi erano grandi differenze, più che tutto solo una differenza di cultura…

“la città non va giudicata qualcosa di isolato,
essa è inserita in una rete di relazioni(religiosi,contadini,mercanti,….)”

Ogni periodo della storia ha il suo tipo di cittadino.
Verso il 1150, un contadino varcava le porte di una città per tentare di lavorarvi e forse per stabilirsi.
Assisi e Bologna imponevano tasse gravose ai non liberi; dappertutto il signore disponeva di un anno per recuperare il suo uomo, e in una quantità di borghi rurali, le condizioni personali non differivano gran che da quelle della città. La libertà era in primo luogo questo complesso progressivamente accumulato di diritti e di usi estorti, acquisiti, ottenuti col consenso o strappati, molto più che non il privilegio di una carta o di una legge.
Una legge valeva solo per la forza di una comunità che poteva farla rispettare. Le città avevano il danaro, il numero degli uomini, le loro temibili solidarietà.
I cittadini, e i mercanti in primo luogo, avevano ottenuto dappertutto le libertà necessarie alle loro attività. Un diritto cittadino si sovrapponeva alle giurisdizioni che gli facevano concorrenza e, tendeva a unificare la condizione delle persone e dei beni. Gli uomini d’affari disponevano di un diritto libero dalla paralisi dei formalismi; potevano senza impacci reclutare la manodopera necessaria ai loro laboratori, controllare pesi e misure, mercati e fiere, regolamentare l’assunzione del personale e i mestieri, intervenire efficacemente in favore del loro concittadini vittime di un futuro o di un arbitrario sequestro. (presenza di un padrino)
Far parte del popolo non era facile e una maggioranza di abitanti privi di risorse si rilevava incapace di oltrepassare le muraglie erette all’interno da una minoranza gelosa. Tuttavia il semplici fatto di risiedere a lungo in città autorizzava qualche speranza fondamentale: – vivere in una relativa sicurezza
– non morire di fame
– la speranza di sopravvivere nel tempo della disoccupazione e della miseria grazie alla distribuzione di razioni
Le mura della città costituiscono senz’altro la frontiera decisiva che separa due spazi. Ogni città è chiusa, per necessità politica e militare. Non che oltrepassare le porte tutto subisca un capovolgimento: la vicina campagna è dominata dalla proprietà e dai capitali cittadini, punteggiata di residenze borghesi; i suoi contadini frequentano regolarmente il mercato.
Abitare in città significa in primo luogo occupare in due o tre una camera, una tana senza luce o una soffitta che dà su un cortile posteriore, stabilirsi alla locanda, se si ha qualche soldo; disporre di una o due stanze se si ha famiglia, ma sempre dover dividere con altri l’uso di un pozzo e di una cucina; l’artigiano abita la propria casa, ha il suo focolare, la sua cantina e il suo granaio, ma coi servi e gli apprendisti. Bisogna dunque abituarsi a vivere circondati di condizioni e mestieri molto diversi.
Essere cittadino è anche dipendere dal mercato, subire gli inconvegnenti dell’ essere racchiusi tra le mura;mancare talvolta d’acqua potabile quando i pozzi sono inquinanti; vivere in mezzo agli escrementi. (malattie,peste)
All’ inizio si dirigevano verso la città uomini abbastanza benestanti, attirati dalle sue libertà e dalle sue possibilità di ascensione sociale, ma dal XXI in poi, gli agiati erano preceduti dai fuggiaschi, dai poveri, dagli straccioni.
L’area di attrazione urbana tendeva a villaggi sempre più lontani.
Ampliamento dell’ area migratoria, squilibrio in favore dei nuovi venuti, furono ancora accentuati dalle calamità del lungo secolo XIV. Verso il 1450 la gente arrivava da più lontano, la percentuale dei forestieri aumentava costantemente e la svalutazione relativa dai salari agricoli ingrossava dappertutto la fiumana dei poveri.
Per i magistrati i nuovi venuti rappresentavano a un tempo una necessità e un pericolo, per gli imprenditori e per i venditori di generi alimentari l’interesse era di aprire, ma nell’artigianato la minima recessione contribuiva a sviluppare vecchi sentimenti di ostilità.
Il danaro facilitava l’integrazione ma non risolveva tutto. Un immigrato non disponeva delle reti di relazioni, delle possibilità di assumere, di ammissione in un mestiere, di partecipazione politica di cui beneficiavano i cittadini che s’ingegnavano di moltiplicare davanti a lui le barriere giuridiche o fattuali.
Il lignaggio domina la vita sociale e politica della città mediterranee fino al secolo XIV almeno. Minacciati o indeboliti, i lignaggi hanno determinato la creazione della vaste parentele artificiali riunite sotto un nome totemico. Le famiglie apparentate condividono un complesso di comuni preoccupazioni; lo studio dei nuclei famigliari non deve dunque essere disgiunto dai legami che li uniscono e che possono rilevarsi abbastanza forti. Le grandi case sono rare. La tendenza generale è di sparpagliarsi. La popolazione appare formata di cellule ristrette, di nuclei famigliari di tenue densità; la famiglia cittadina è più ridotta della famiglia rurale. Rari sono i padri che possono maritare le figlie all’eta della pubertà (12-13anni!!!!), l’età media di alza (15-16). Sappiamo inoltre che l’uomo si sposava tardissimo : 30anni.
Il matrimonio è dunque una “vittoria”sociale che costa cara. Era frequente la rottura fra coniugi.
Il matrimonio fra gli artigiano modesti o gli operai è frutto di una scelta personale. La famiglia cittadina appare cosi più duttile, più fragile e anche meno duratura della famiglia contadina. I cittadini hanno una coscienza molto netta della fragilità famigliare. Il modesto borghese sogna solidarietà di lignaggio, parentele attive e generose. Quindi la città esercita una funzione distruttrice dei legami famigliari; le epidemie colpiscono, le solidarietà si allentano, i danni morali aspettano al varco, l’autorità del capofamiglia è messa in pericolo. Il cittadino non può contare gran che sui suoi amici carnali.
Molti cittadini sfuggirono agli orrori della sommossa e della repressione, me tutti dovettero affrontare quasi quotidianamente un’ atmosfera di violenza.(vendette,…)

“non c’è reputazione senza onore, non c’è onore senza autorità….”

Le funzioni cittadine possono essere molteplici; prende il sopravvento la mentalità mercantile che modella le sensibilità e i componimenti. Molti artigiani sono dei commercianti a part time; l’artigiano salariato vende la propria capacità…
Il denaro è il sangue della città, il suo fluido vitale e il suo principio organizzatore.
Le fortune borghesi conservano in effetti quasi sempre una parte del loro carattere originario: la nobiltà.
Molti uomini non poterono e non vollero rischiare le loro magre economie e la salvezza dell’anima loro in imprese marittime o nell’usura. Ogni cittadino era attento alla buona amministrazione del danaro, ai movimenti del capitale, agli avvenimenti che riguardavano i mercanti di approvvigionamento o di vendita.

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