MagisterLudi

novembre 8, 2008

Didone ed Enea (dal IV libro dell’Eneide di Virgilio)

Filed under: latino,quarta — prof @ 5:22 pm

Commento introduttivo
L’Eneide si stacca dall’oggettività omerica per sviluppare una dimensione profondamente soggettiva. Virgilio cioè conduce la narrazione ponendosi dal punto di vista ora dell’uno ora dell’altro personaggio.
Lo sviluppo della soggettività non interessa solo lo stile epico e la tecnica del narrare, ma anche l’ideologia del poema virgiliano. L’Eneide è la storia di una missione voluta dal Fato. Il poeta è portavoce di questo progetto. Il suo è un poema epico nazionale, in cui una collettività deve rispecchiarsi e sentirsi unita.
In tutto questo i sentimenti dei personaggi sono sempre in primo piano.
Per esempio Didone. La cultura romana nell’età delle conquiste rappresentava le guerre puniche come uno scontro tra diversi: l’identità romana si formava sulla grande opposizione a Cartagine. Il nemico è infido, crudele. Per Virgilio invece, la guerra con Cartagine non nasce da una differenza. La guerra invece è nata da un eccessivo amore fra simili. Didone è vinta dal destino, come lo sarà Cartagine. Ma il testo accoglie in sé le sue ragioni e le tramanda.
L’epos virgiliano insomma si fa portavoce dell’ideologia dominante motivando e celebrando la missione storica di Roma e la restaurazione augustea, ma nello stesso tempo sottolinea il faticoso travaglio indispensabile alla realizzazione dei disegni provvidenziali. Il poeta non può dimenticare che per giungere alla pax augustea egli aveva dovuto perdere il suo campicello e migliaia di vittime erano state immolate, Il problema del male, dell’eccesso di incomprensibile sofferenza proietta la sua ombra nel poema virgiliano. La vittoria è spesso raggiunta a prezzo di profondo dolore, di intime lacerazioni. Accanto alla gloria del vincitore, ci sono le ragioni dei vinti. La giustizia del destino appare parziale di fronte alla tragedia degli sconfitti o alla morte prematura di tante vittime.
Virigilio non inventa la figura di Didone. La riprende da un mito orientale e fa incrociare la sua storia con quella di Enea.
Primogenita del re di Tiro, Didone era sposa di Sicheo. La sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che uccise il marito di Didone, Sicheo, per impossessarsi delle sue ricchezze, e si insediò sul trono imponendo la propria tirannia. Didone, con abile astuzia, gli sottrasse quelle ricchezze, fuggendo con amici fidati per mare, verso occidente. Dopo varie peripezie approda sulle coste africane corrispondenti all’attuale Tunisia, dove riesce ad ottenere dal re Iarba, il diritto di stabilirvisi prendendo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue”. Didone riduce quella pelle in striscioline sottilissime, che disegnano l’ampio perimetro della città che intende abitare con i suoi. Ottenuto con tale astuzia un discreto territorio, la regina fonda la splendida nuova città, Cartagine, cui dà prestigio e ricchezza. Didone viene richiesta in matrimonio da più di un principe africano, ma fedele alla memoria del marito ucciso da Pigmalione, non intende risposarsi. Così quando non riesce più a sottrarsi all’insistenza del principe Iarba, che le prospetta l’alternativa del matrimonio o della guerra, preferisce suicidarsi.
Proprio su questo mito Virgilio innesta la finzione dell’incontro tra Didone ed Enea e della loro unione amorosa.

Testi.

LIBRO IV

DIDONE: IL FUOCO CIECO (versi 1-5)

At regina gravi iamdudum saucia cura
Volnus alit venis et caeco carpitur igni.
Multa viri virtus animo multusque recursat
gentis honos: haerent infixi pectore voltus
verbaque, nec placidam membris dat cura quietem.

At regina iamdudum saucia gravi cura
Ma la regina oramai ferita da un profondo affanno
alit venis volnus et carpitur caeco igni.
nutre dentro di sè una ferita ed è divorata da un fuoco cieco.
Recursat animo multa virtus viri et multus
Le viene di continuo alla mente il grande valore dell’uomo e la grande
honos gentis; haerent infixi pectore voltus
gloria della stirpe; le stanno conficcati in petto il volto
et verba, nec cura dat placidam quietem membris.
e le parole, né l’affanno concede la placida quiete alle membra.

DIDONE: LA FRECCIA MORTALE (versi 66-73)

…Est mollis flamma medullas
interea et tacitum vivit sub pectore vulnus.
Uritur infelix Dido totaque vagatur
urbe furens, qualis coniecta cerva sagitta,
quam procul incautam nemora inter Cresia fixit
pastor agens telis liquitque volatile ferrum
nescius: illa fuga silvas saltusque peragrat
Dictaeos, haeret lateri letalis harundo.

Flamma interea est mollis (es) medullas
La fiamma intanto le divora le molli midolla
et vivit tacitum sub pectore volnus.
e sotto il petto vive tacita la ferita.
Uritur infelix Dido et furens vagatur
Brucia l’infelice Didone e furente vaga
tota urbe,

per tutta la città come una cerva ferita da una freccia
che, incauta, tra i boschi di Creta colpì da lontano
un pastore, rincorrendola in caccia e lasciò in corpo il ferro alato
senza accorgersene; ella nella fuga erra per le selve e le balze
del monte Dite, ma è infissa nel fianco la freccia mortale.

DIDONE ED ENEA: L’AMORE (versi 160-161; 165-172)

Interea magno misceri murmure caelum
incipit, insequitur commixta grandine nimbus,
[…]
speluncam Dido dux et Troianus eandem
deveniunt. Prima et Tellus et pronuba Iuno
dant signum; fulsere ignes et conscius aether
conubiis summoque ulularunt vertice Nymphae.
Ille dies primus leti primusque malorum
causa fuit; neque enim specie famave movetur
nec iam furtivum Dido meditatur amorem:
coniugium vocat, hoc praetexit nomine culpam.

Intanto comincia a rimescolarsi con vasto rimbombo
Il cielo; segue un acquazzone frammisto a grandine
[…]
Didone e il condottiero troiano giungono alla medesima grotta.
Per prima la Terra e Giunone pronuba
Danno il segnale: sfolgorano i fulmini e il cielo
Consapevole del’unione e le ninfe ulularono sulle cime dei monti.
Ille fuit primus dies leti et primus
Quello fu il primo giorno di morte e la causa
causa malorum; Dido enim neque movetur specie
prima dei mali; Didone infatti non è smossa dalle apparenze
vel fama, nec meditatur iam amorem furtivum;
né dalla fama, ne pensa più ad un amore furtivo
vocat coniugium, hoc nomine praetexit culpam.
lo chiama matrimonio, con questo nome nascose la colpa.

ENEA: IL FATO (versi 337-347)

Pro re pauca loquar. Neque ego hanc abscondere furto
speravi ne finge fugam, nec coniugis umquam
praetendi taedas aut haec in foedera veni.
Me si fata meis paterentur ducere vitam
auspiciis et sponte mea componere curas,
urbem Troianam primum dulcisque meorum
reliquias colerem, Priami tecta alta manerent,
et recidiva manu posuissem Pergama victis.
Sed nunc Italiam magnam Gryneus Apollo,
Italiam Lyciae iussere capessere sortes;
hic amor, haec patria est.

Sul fatto ho poco da dire. Non ho sperato di celarti furtivamente
la fuga (non crederlo), né mai proposi
fiaccole nuziali o giunsi a questi patti.
Se il destino mi permettesse di vivere
in base ai miei desideri e di ricomporre a modo mio gli affanni,
Troia anzitutto onorerei con le reliquie
dei miei, sarebbe in piedi l’alto palazzo di Priamo
e avrei rifatto per i vinti Pergamo caduta due volte.
Ma ora la grande Italia Apollo Grineo
e gli oracoli di Licia, l’Italia mi prescrissero di raggiungere.
Ecco l’amore, ecco la patria.

DIDONE: LA COLLERA (versi 381-387)

I, sequere Italiam ventis, pete regna per undas.
spero equidem mediis, si quid pia numina possunt,
supplicia hausurum scopulis et nomine Dido
saepe vocaturum. sequar atris ignibus absens
et, cum frigida mors anima seduxerit artus,
omnibus umbra locis adero. dabis, improbe, poenas.
audiam et haec Manis veniet mihi fama sub imos.

I, sequere Italiam ventis, pete regna per undas.
Vattene, insegui sui venti l’Italia, cerca un regno fra le onde.
Equidem, spero, si quid possunt pia numina
Oh, spero, se alcunchè possono gli dei misericordiosi
hausurum supplicia mediis scopulis et saepe vocaturum
che tu sconterai la pena tra gli scogli e spesso chiamerai
nomine Dido. Absens sequar atris ignibus
il nome di Didone. Pur lontana ti perseguiterò con neri fuochi
et cum frigida mors seduxerit artus anima
e quando la fredda morte avrà sciolto le membra dall’anima
omnibus locis adero umbra. Dabis, improbe, poenas.
ti inseguirò come un’ombra ovunque. Pagherai, malvagio, la pena.
Audiam et haec fama veniet mihi sub imos manis.
Io lo saprò e questa fama mi giungerà tra le ombre profonde.

ENEA: Il RIMORSO (versi 393-396)

At pius Aeneas, quamquam lenire dolentem
solando cupit et dictis avertere curas,
multa gemens magnoque animum labefactus amore,
iussa tamen divum exequitur classsemque revisit.


At pius Aeneas quamquam cupit lenire dolentem

Ma il pio Enea sebbene desidera consolare lei che soffre
solando et dictis avertere curas
e consolarla e con le sue parole distogliere gli affanni,
multa gemens et labefactus animum magno amore
continuando a gemere e sconvolto in animo dal grande amore
tamen exequitur iussa divum et revisit classem.
tuttavia obbedisce agli ordini degli dei e ritorna alla flotta.

DIDONE: L’UMILIAZIONE (412-415)

Improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis!
Ire iterum in lacrimas, iterum tempatare precando
cogitur et supplex animos summittere amori,
ne quid inexpertum frustra moritura relinquat.

Improbe Amor, quid non cogis pectora mortalia!
Malvagio amore, a cosa non costringi I cuori mortali!
Cogitur iterum ire in lacrimas, iterum temptare
E’ costretta a scendere ancora alle lacrime, a provare ancora
precando et supplex summittere animos amori
con le preghiere e supplice a piegare l’orgoglio all’amore
ne quid relinquat inexpertum moritura frustra.
per non lasciare nulla d’intentato nel correre invano alla morte.

ENEA: LA PREGHIERA (versi 576-579)

…“Sequimur te, sancte deorum
quisquis es, imperioque iterum paremus ovantes;
adsis o placidusque iuves et sidera caelo
dextra feras.”…

Sequimur te, sancte deorum
Noi ti seguiamo o santo tra gli dei
quisque es, et iterum paremus ovantes imperio.
chiunque tu sia, e una volta di più obbediamo festosi al tuo ordine.
O adsis et iuves placidus et feras dextra sidera caelo.
Oh, assistici e aiutaci benignamente e rendici amiche nel cielo le stelle.

DIDONE: IL SUICIDIO E LA MALEDIZIONE (versi 621-624)

Haec precor, hanc vocem extremam cum sanguine fundo.
Tum vos, o Tyrii, stirpem et genus omne futurum
exercete odiis, cinerique haec mittite nostro
munera. Nullus amor populis nec foedera sunto.


Haec precor, hanc extremam vocem fundo cum sanguine
.
Questo invoco, quest’ultima voce effondo con il sangue.
Vos, tum, o Tyrii, exercete stirpem et omne genus futurum
E voi, poi, o Tiri, tormentate la stirpe e tutta la razza futura
odiis, et haec munera mittite nostro cineri.
con l’odio e questi doni offrite alle nostre ceneri.
Nullus amor nec foedera populis sunto.
Nessun amore né patto ci siano tra i due popoli.

DIDONE: LA MORTE (versi 688-705)

Illa gravis oculos conata attollere rursus
deficit; infixum stridit sub pectore vulnus.
Ter sese attollens cubitoque adnixa levavit,
ter revoluta toro est oculisque errantibus alto
quaesivit caelo lucem ingemuitque reperta.
Tum Iuno omnipotens longum miserata dolorem
difficilisque obitus Irim demisit Olympo
quae luctantem animam nexosque resolveret artus.
Nam quia nec fato merita nec morte peribat,
sed misera ante diem subitoque accensa furore,
nondum illi flavum Proserpina vertice crinem
abstulerat Stygioque caput damnaverat Orco.
Ergo Iris croceis per caelum roscida pennis
mille trahens varios adverso sole colores
devolat et supra caput astitit. ‘hunc ego Diti
sacrum iussa fero teque isto corpore solvo’:
Sic ait et dextra crinem secat, omnis et una
dilapsus calor atque in ventos vita recessit.

Ella, temendo di aprire le pupille pesanti, di nuovo
viene meno, e fonda stride in petto la ferita.
Tre volte, puntandosi sul gomito, sollevandosi si alzò,
tre volte ricadde sul letto e con occhi smarriti nell’alto cielo
cercò la luce e trovandola gemette.
Allora l’onnipotente Giunone, impietosita del lungo patire
E della morte faticosa, inviò Iris giù dall’Olimpo,
che liberasse la sua anima in lotta e sciogliesse i duri lacci.
Infatti, poiché non moriva per il fato e per una morte dovuta,
ma moriva miseramente anzitempo, bruciata da improvvisa pazzia,
Proserpina non aveva ancora strappato dal suo capo
il biondo capello né donato la sua vita all’Orco stigio.
Dunque Iris rugiadosa, in cielo con le ali dorate
traendo mille svariati colori dal sole in faccia,
vola giù e si ferma sopra il suo capo: “Questo io a Dite
dono e consacro , secondo l’ordine, e ti sciolgo da questo corpo”.
Così dice e recide il capello con la destra: d’un tratto
Svanì ogni calore e la vita si sperse nel vento.

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