MagisterLudi

novembre 28, 2008

Eroidi, Ovidio – Didone ad Enea

Filed under: latino,quarta — prof @ 9:17 pm

VII DIDONE A ENEA

Accogli, discendente di Dardano, il carme di Elissa che sta per morire:
quelle che leggi sono le ultime parole che ti vengono da me. Così canta il
bianco cigno presso gli acquitrini del Meandro, mentre langue sull’umida
erba, quando il destino lo chiama. E non mi rivolgo a te nella speranza di
poterti commuovere con la mia preghiera: questa iniziativa è contro il
volere del dio. Ma, avendo gettato via con disonore la mia buona
reputazione dovuta ai meriti e la purezza del corpo e dell’anima, è cosa
da poco sprecare delle parole. Ormai sei deciso, Enea, ad andartene e ad
abbandonare l’infelice Didone. I medesimi venti porteranno lontano le tue
vele e le tue promesse. Sei deciso, Enea, a sciogliere le navi e i tuoi
patti e a raggiungere i regni d’Italia, che non sai dove siano. Non ti
interessano né Cartagine fondata di recente, né le mura che stanno
crescendo, né il potere supremo affidato al tuo scettro. Fuggi ciò che è
fatto e desideri ciò che è da farsi. Senti di dover cercare un’altra terra
nel mondo, dopo averne già cercata una. Anche se la trovi questa terra,
chi te ne darà possesso, chi consegnerà a degli sconosciuti i propri
terreni da occupare? Un altro amore… un’altra Didone e altre promesse
dovrai fare, per poter tradire di nuovo. Quando avverrà che tu fondi una
città simile a Cartagine e che tu possa guardare il tuo popolo dall’alto
della rocca? Anche se tutto ciò si avverasse e gli dèi non ritardassero il
tuo desiderio, dove troverai una moglie che ti ami così? Brucio come le
fiaccole di cera impregnate di zolfo, come l’incenso delle devozioni
versato sui roghi fumanti. Enea resta sempre impresso nei miei occhi
insonni, Enea ho nella mente, notte e giorno. Ma lui è ingrato e sordo
alle mie offerte generose e, se non fossi insensata, vorrei fare a meno di
lui. Tuttavia non odio Enea, benché mediti il mio male, ma lamento la sua
slealtà e, pur lamentandomi, lo amo di più. Venere, abbi pietà di tua
nuora e tu, fratello Amore, abbraccia il tuo crudele fratello; che egli
militi nelle tue schiere;… l’uomo che per prima ho cominciato ad amare –
e non me ne vergogno – offra materia al mio tormento d’amore. Mi inganno,
e questa sua immagine che mi si agita dinanzi è illusoria: la sua indole è
diversa da quella di sua madre. La pietra e le montagne e le querce che
nascono spontanee sulle alte rupi e le belve feroci ti hanno generato,
oppure il mare, come lo vedi anche ora, sconvolto dai venti e che tuttavia
ti accingi ad attraversare, nonostante le onde avverse. Dove scappi? Ti si
oppone la tempesta: possa aiutarmi il favore della tempesta! Guarda come
Euro agita e sconvolge le acque. Ciò che avrei preferito dovere a te,
lascia che lo debba alle tempeste. Il vento e le onde sono più giusti del
tuo cuore. Io non sono così importante che tu, malvagio – ti valuto forse
ingiustamente? -, debba morire, mentre mi sfuggi sul vasto mare. Tu nutri
a caro prezzo un odio costoso e pervicace, se, pur di liberarti di me,
poco ti importa di morire. Ormai i venti caleranno e Tritone correrà sulla
piana superficie delle acque, con i suoi cavalli cerulei. Oh, se anche tu
potessi cambiare con i venti! E cambierai, se non superi le querce in
durezza. Cosa faresti, se non conoscessi il potere del mare infuriato?
Così avventatamente ti affidi alle acque che hai sperimentato tante volte?
Anche se tu sciogliessi gli ormeggi con un mare invitante, molte sono le
sciagure che riserva la vasta distesa del mare. E certo non giova, a chi
si avventura nellle acque, aver violato giuramenti: quel luogo esige che
si paghi il fio del tradimento, soprattutto quando si è offeso l’amore,
poiché si dice che la madre degli Amori sia nata nuda dalle acque di
Citera. Rovinata, temo di mandare in rovina, o di fare del male a chi me
ne fa o che il mio nemico, naufragando, beva le acque del mare. Vivi, ti
prego! Preferisco perderti così, piuttosto che vederti morto – tu
piuttosto, sarai considerato responsabile della mia morte. Prova a
immaginare di essere preso da un turbine impetuoso – che il mio presagio
sia vano! – cosa penserai? Ti verranno subito in mente i falsi giuramenti
della tua lingua menzognera e Didone, costretta a morire per la perfidia
di un frigio; ti starà davanti agli occhi l’immagine di tua moglie, che
hai ingannata, triste, insanguinata, con i capelli scomposti. «Qualunque
cosa sia», dirai, «tanto ho meritato, perdono!», e tutti i fulmini che
cadranno penserai che siano scagliati contro di te! Concedi una piccola
tregua alla tua crudeltà e al mare; la grande ricompensa al tuo indugio
sarà un viaggio sicuro. E non mi preoccupo solo per te: abbi almeno
riguardo per il piccolo Iulo! È sufficiente per te avere la gloria della
mia morte. Quale colpa può avere Ascanio, che è un fanciullo, quale i
Penati? Gli dèi sottratti all’incendio dovranno essere sommersi dalle
onde? Ma non li porti con te e tutte le cose di cui, spergiuro, ti vanti
con me, gli oggetti sacri e tuo padre, non gravarono le tue spalle. Menti
su tutto; e veramente non sono io la prima ad essere ingannata dalla tua
lingua, né io per prima ne pago le conseguenze: se chiedi dove sia la
madre del bel Iulo, ella è morta in solitudine, abbandonata da un marito
crudele. Questo mi hai raccontato… La punizione sarà sempre inferiore
alla tua colpa. E ho l’intima certezza che i tuoi dei ti condannino: sono
sette inverni che sei sballottato per mare e per terra; rigettato dai
flutti ti ho accolto in un luogo sicuro, e avevo ascoltato a malapena il
tuo nome che ti ho consegnato il mio regno. Se almeno mi fossi limitata a
questi favori e il mio buon nome non fosse stato sepolto dalla nostra
unione! Ha segnato la mia rovina quel giorno in cui un grigio temporale ci
spinse, per un acquazzone improvviso, nella cavità di una grotta. Avevo
udito delle voci, credetti che fossero ululati delle ninfe: erano invece
le Eumenidi che davano il segnale del mio destino. Esigi una punizione, o
pudore offeso, e voi sacre leggi del matrimonio profanate e tu, mio buon
nome, che non ho conservato fino alla morte e anche voi, miei Mani, e tu
anima e cenere di Sicheo, cui sventurata vado incontro piena di vergogna.
In un tempio di marmo ho consacrato la sacra effige di Sicheo: la
ricoprono sul davanti fronde e bianchi velli. Di lì io mi sono sentita
chiamare per quattro volte dalla ben nota voce; proprio lui, con voce
sommessa, mi disse: «Elissa, vieni!». Non c’è da aspettare: vengo, vengo,
io, la tua sposa legittima. Giungo tardi, tuttavia, ora che ho perso il
mio onore! Perdona la mia colpa: chi mi ha ingannata dava tutte le
garanzie; egli rende meno riprovevole la mia colpa. Una dea per madre,
l’anziano padre, pio fardello del figlio, mi diedero ragionevole speranza
di un marito che sarebbe rimasto. Se era destino che sbagliassi, il mio
errore ha cause oneste; aggiungigli la fedeltà, non sarebbe spregevole
sotto nessun aspetto. Il destino, che ho sempre avuto in passato, persiste
sino alla fine e accompagna gli ultimi momenti della mia vita. Il mio
sposo è morto, assassinato presso l’altare di Tiro e mio fratello si gode
la ricompensa di un delitto così grande. Vengo costretta all’esilio e
abbandono le ceneri di mio marito e la patria; sotto l’inseguimento
nemico, sono spinta in un pericoloso cammino. Sfuggita al fratello e al
mare, approdo tra gente sconosciuta e acquisto quella terra che ti ho
donato, traditore. Fondai una città ed eressi mura che si estendono per
lungo tratto e destano l’invidia delle regioni vicine. Ci sono guerre in
fermento: straniera e donna sono provocata a combattere e, inesperta,
allestisco con difficoltà le porte per la città e gli armamenti. Piacqui a
mille pretendenti che si allearono, scontenti che io avessi preferito ai
loro talami uno sconosciuto. Perché esiti a consegnarmi in catene al
getulo Iarba? Offrirei le mie braccia al tuo misfatto. Ho anche un
fratello, la cui mano sacrilega, bagnata del sangue di mio marito, chiede
di essere macchiata del mio. Deponi le statue degli dèi e i sacri oggetti
che profani col tuo contatto! Non è bene che una mano impura renda onore
agli dèi. Se dovevi essere tu a venerare gli dèi scampati all’incendio,
quegli dèi rimpiangono di essere sfuggiti alle fiamme. Forse, disgraziato,
tu abbandoni Didone anche incinta e una parte di te è racchiusa e nascosta
nel mio corpo. La sventurata creatura condividerà il destino della madre e
tu sarai colpevole della morte di un essere non ancora nato. E il fratello
di Iulo morirà insieme a sua madre e un unico destino ci porterà via
uniti. «Ma un dio mi ordina di partire!». Vorrei che ti avesse impedito di
venire e che il territorio cartaginese non fosse stato calpestato dai
Troiani. È certamente con la guida di questo dio che sei sbattuto da venti
ostili e consumi lungo tempo trascinato dalle onde! Così grande fatica da
parte tua sarebbe valsa appena per cercare di tornare a Pergamo, se fosse
nelle condizioni di quando Ettore era ancora vivo. Tu non cerchi il
paterno Simoenta, ma le acque del Tevere; certo, anche se giungi dove
desideri, sarai uno straniero. E dal momento che la terra che tu cerchi se
ne sta ben nascosta, restando fuori dalla vista, ed evita le tue navi,
questa terra agognata la raggiungerai a malapena da vecchio. Lascia il tuo
peregrinare e accetta piuttosto in dote, questo popolo e le ricchezze di
Pigmalione che ho portato con me. Trasporta più opportunamente Ilio nella
città tiria e prendi infine il posto e lo scettro sacro di re! Se il tuo
animo è avido di guerra, se Iulo cerca da dove poter trarre trionfi con il
suo impeto guerriero, gli procureremo un nemico da battere, perché non gli
manchi nulla: questo luogo dà spazio a leggi di pace, ma anche alle armi.
Solo ti prego, per tua madre e per le armi di tuo fratello, le frecce, e
per gli dèi che ti hanno accompagnato nella fuga, sacre divinità troiane –
così sopravvivano quanti della tua gente porti con te e la crudele guerra
troiana segni il termine delle tue sventure e Ascanio porti felicemente a
compimento i suoi anni e le ossa del vecchio Anchise riposino in pace! -,
abbi pietà della casa che si affida a te. Di quale colpa mi accusi, se non
di averti amato? Io non vengo da Ftia o dalla potente Micene; mio marito e
mio padre non furono mai contro di te. Se ti vergogni di avermi in moglie,
che non mi si chiami tua sposa, ma ospite; pur di essere tua, Didone
accetterà di essere qualunque cosa. Conosco bene i flutti che squassano il
litorale africano: in determinati periodi consentono o impediscono la
partenza. Quando il vento consentirà di partire, darai le vele ai venti;
ora le alghe filacciose trattengono la nave gettata qui. Affida a me
l’incarico di osservare il tempo: partirai più sicuro, e, anche se tu lo
volessi, non ti permetterò di restare. Anche i tuoi compagni chiedono
riposo e le navi squarciate, finora riparate a metà, esigono una breve
sosta. Per i miei meriti, e per quello che forse ancora ti dovrò, per la
mia speranza di nozze, ti chiedo un po’ di tempo, finché si calmino il
mare e il mio amore, finché con il tempo e l’abitudine io sappia trovare
la forza per sopportare i dispiaceri. Se no, intendo abbandonare la vita:
non puoi infierire su di me ancora a lungo. Oh, se tu vedessi l’immagine
di chi ti scrive! Scrivo e tengo in grembo la spada troiana; lungo le
guance le lacrime scivolano giù sulla spada sguainata, che fra poco sarà
bagnata di sangue, anziché di lacrime. Come si adattano bene al mio
destino i tuoi doni! Con poca spesa prepari il mio sepolcro. E non è ora
la prima volta che il mio petto è ferito da un’arma: vi è già la ferita di
un amore crudele. Anna sorella, sorella Anna, consapevole, purtroppo,
della mia colpa, fra poco porgerai gli ultimi onori alle mie ceneri. E,
una volta divorata dal fuoco, non sarò più indicata come Elissa, moglie di
Sicheo, ci saranno soltanto questi versi incisi nel marmo del sepolcro:
«Enea fornì il motivo della morte e la spada; Didone si tolse la vita con
la sua stessa mano».

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