MagisterLudi

dicembre 10, 2008

Didone ed Enea (Virgilio, Eneide, IV)

Filed under: latino,quarta — prof @ 5:58 pm

Ma sanguina ormai la regina in un tormento pesante
nelle sue vene nutre una piaga, da chiuso fuoco è consunta.
Grande il valore dell’uomo, grande le assedia la mente
la gloria del nome: è fitto in cuore il volto,
la voce: placido sonno non dà alle membra il tormento.
Illuminava la terra l’Aurora seguente col lume di Febo
e l’umida ombra aveva cacciato dal cielo;
e lei così parla, già pazza, alla fedele sorella:
“Anna, sorella, che sogni m’hanno sconvolta!
Che straordinario ospite m’è venuto a palazzo,
che portamento, che forza in cuore e nell’armi!
Credo, certo, non è fede vana: è stirpe di dei.
Un’indole ignobile, vil timore la smaschera. E quale
destino lo incalza, che guerre narrava!
Se immobilmente fisso non avessi nell’anima
Di non legarmi a nessuno con nodo di nozze,
dacché con la morte mi tradì il primo amore,
se non odiassi per sempre il letto nuziale e le fiaccole del matrimonio,
forse a quest’ultima colpa avrei potuto soccombere.
Anna, te lo confesso, dopo la morte del misero sposo
E la strage fraterna, che la casa m’insanguina,
egli solo ha scosso i miei sensi, m’ha fatto tremare
il cuore. Oh, della fiamma antica i segni conosco!
Ma voglio che prima la terra mi s’apra davanti,
che all’ombre il padre onnipotente mi fulmini,
all’ombre dell’Erebo pallide, e nella notte profonda,
prima ch’io ti violi, o Pudore, o sciolga il tuo vincolo.
Lui, che m’ha unita a sé per il primo, il mio amore
S’è preso: e lo tenga con sè, chiuso dentro il sepolcro!”
Così diceva: e il petto inondò ad un tratto di lacrime.
Anna risponde: ”O amata più della luce della tua sorella,
sola vorrai consumarti, piangendo l’intera età bella?
E non saprai i dolci figli, i premi di venere?
Caro al cenere questo tu credi, all’ombre sepolte?
Nessuno allora, straziata, t’indusse a nozze, e fu giusto:
non in Libia, non prima in Tiro. Iarba hai respinto
e gli altri capi guerrieri, che nutre l’Africa terra
ricca di glorie. Contro un amore gradito vuoi ribellarti?
Ho per certo che favorevoli i numi, benigna Giunone,
tennero questo cammino le navi d’Ilio col vento.
Come vedrai la città, come crescere il regno sorella,
per queste nozze; sorretta dall’armi dei Troiani
a quanto splendore potrà levarsi la punica gloria!
Tu, soltanto ai numi la pace chiedi, offri vittime,
poi prolunga il soggiorno, inventa pretesti a fermarlo
finché sul mare infuria l’inverno e, piovoso, Orione;
finché son malconce le navi, non affrontabile il cielo”.
Con queste parole incendiò l’animo ardente d’amore,
speranza diede al cuore incerto, dissolse il pudore.
Dolce la fiamma divora
L’ossa, intanto, e tacita vive la fiamma nel cuore.
Didone brucia infelice, e si aggira per tutta
La città come folle, come cerva da freccia piagata,
che incauta, da lungi, nei boschi di Creta pastore colpì
seguendola in caccia, nel corpo lasciò il ferro alato,
senza saperlo; e lei, fuggendo, corre le selve,
ma è fonda nel fianco la freccia mortale
ora con sé porta Enea per tutti i quartieri,
ostenta l’opulenza di Cartagine, la sua già pronta città:
e muove la voce a parlare, e resta a metà la parola.
Ora al cadere del giorno, ripete lo stesso convito,
e vuole ancora le pene di Troia ascoltare,
e pende ancora dal labbro del narrante, perduta.
Poi, congedatisi, oscura a sua volta nasconde la luna
il raggio cadendo e al sonno invitano le stelle,
s’affligge sola nella casa deserta, sui vuoti tappeti
si stende, e l’ode e lo vede, assente l’assente.
O in grembo Ascanio tiene, immagine amata del padre,
se pur potesse ingannare l’inconfessabile amore.

Intanto a turbarsi con vasto rimbombo comincia
il cielo; e subito scroscia aquazzone misto di grandine.
I Tirii compagni, e con loro i confusi giovani Teucri,
e il dardanio nipote di Venere, qua e là, pei campi
cercan rifugio atteritti: rovinan dai monti i torrenti.
Nella stessa spelonca Didone e il re dei troiani
vengono. E prima la Terra e Giunone pronuba
danno il segno: sfolgorano i fulmini e il cielo
che vide l’unione, e sulle vette le Ninfe ulularono.
Quel giorno fu il primo passo alla morte, la causa
prima dei mali: non gli occhi, non cura la fama,
non pensa Didone, oramai, a un amore furtivo:
nozze le chiama, nasconde con questo nome la colpa.

Enea restò senza fiato, smarrito a quella visone,
ritti per il terrore i capelli, serrata in gola la voce.
Arde d’andarsene via, lasciare l’amabile terra,
annientato al rimprovero, al grave comando dei numi.
Ma come farà? Con quali parole accarezzare la regina
pazza d’amore? Di dove prender l’avvio?
E il pensiero veloce divide ora a questo, ora a quello,
da tutte le parti lo tira, a tutti i mezzi lo volge.

La regina (chi ingannerà donna amante?)
presentì il tradimento, capì prima le mosse future,
lei che del sicuro tremava. E a lei già fremente, la Fama
Empia narrò che armavano le navi, la partenza allestivano.
Smania, fuor di sé, per tutta la città delirando
impazza, come Baccante invasata.
E finalmente per prima così affronta Enea:
“Speravi anche spergiuro, di potermi nascondere
tanta empietà? Senza parola dalla mia terra partirtene?
Né il nostro amore, la destra, che tu pur m’hai data,
né può tenerti Didone, che morrà crudelmente?
E sotto le stelle invernali muovi le navi?
T’affretti a prender il largo tra gli aquiloni, crudele?
E che faresti se non campi estranei, non case
ignote cercassi, ma Troia antica restasse,
Troia pel mare ondoso ti fosse meta alle navi?
Me fuggi? Oh, per queste mie lacrime, per la tua destra
Pel nostro amore, per le nozze recenti,
se t’ho fatto del bene, se pur qualche cosa
di me ti fu dolce, pietà, delle casa che cade, oh ti prego,
se posto c’è ancor per le suppliche, smetti questo pensiero!
Per te i popoli d’Africa, i sovrani dei Nomadi
M’odiano, i Tirii mi sono nemici; per te, per te solo
morto è il pudore, la gloria di prima, quell’unica
per cui salivo alle stelle. A chi mi lasci, che muoio,
ospite? Ormai questo nome soltanto resta, da sposo.
Se un figlio, se almeno un figlio da te avessi avuto
Prima della tua fuga, se nelle stanze giocare
un piccolo Enea mi vedessi, che pur avesse il tuo viso, non del tutto delusa, non tradita sarei!”
Diceva. Lui di Giove nel monito immoti teneva
Gli occhi, con duro sforzo premeva in cuore il dolore.
Poco, a stento, risponde: “per quanto tu valga a contarne
mai, regina, potrò disconoscere i grandi tuoi meriti,
mai potrà essermi grave il ricordo di Didone,
fin che di me ricordi e regga il respiro il mio corpo.
Sul fatto non ho molto da dirti. Non volevo, non crederlo,
la fuga nasconderti, non ho mai alzato del resto
la fiaccola nuziale, mai sono entrato in un simile patto.
Se il destino mi desse di viver secondo il mio cuore,
se potessi a mio modo ricomporre gli affanni,
a Troia, prima di tutto, le dolci reliquie dei miei
avrei raccolto, in piedi sarebbe il palazzo di Priamo,
Pergamo, due volte per terra, l’avrei rifatta pei vinti!
Invece la grande Italia m’ordina Apollo,
le sorti di Licia m’impongono di cercar l’Italia,
ecco l’amore, la patria. Se te l’alta Cartagine,
se te fenicia, innamora una città posta in Africa,
quale invidia che i Troiani abbiano sede in Italia?
È fatale anche a noi cercare un regno straniero.
Me d’Anchise l’immagine, appena con l’umide ombre
La notte copre la terra, le stelle ardenti risorgano,
rimprovera in sogno e m’atterrisce sconvolta,
me il piccolo Ascanio rimorde, l’offesa del suo capo caro,
perché lo defraudo del regno d’Esperia, campi fatali.
Ora anche il nunzio dei numi, mandato da Giove veloce comando per l’aria
Mi porta; l’ho visto io stesso il dio, in chiara luce,
entrare dalle mura, sentita con questi orecchi ho la voce.
Oh non torturate te e me col tuo pianto!
L’Italia , costretto io la cerco”.
Parlava, ma lei con l’odio l’andava guardando,
di qua, di là, roteando gli occhi: tutto in silenzio,
lo squadra e poi così furibonda prorompe:
“non te madre la dea, non Dardano te capostipite,
spergiuro no: irto di dure rupi, te il Caucaso
ha fatto, ircane tigri t’han dato a succhiare le poppe.
Perché fingere ormai? Che aspetto di peggio?
Risposto ha un sospiro il mio pianto? Addolcito ha lo sguardo?
Versato una lacrima, vinto, mostrato pietà per l’amante?
Qual è lo strazio peggiore? Oh no non la grande Giunone,
non il padre Saturnio hanno più giusto l’occhio,
non è più protetta la fede. Miserabile, naufrago
io l’ho raccolto, io pazza, lo messo a parte del regno,
la flotta distrutta, i compagni ho salvato da morte.
Ah, che delirio di rabbia! Ora l’augure Apollo, ora le sorti di Licia, ora mandato da giove
il nunzio dei numi gli porta ordini orrendi per l’aria!
Se questo scomoda i Superni, questo ne turba il riposo!
Vattene, non ti trattengo, le tue parole non confuto:
vattene, cerca nel vento l’Italia, cercati il regno sul mare.
Spero che in mezzo al mare, se pur ci sono dei buoni,
sconterai sugli scogli la pena e spesso Didone
invocherai. T’inseguirò pur lontana, con fauci fumose:
quando la gelida morte separerà corpo ed anima,
fantasma t’inseguirò dappertutto. Pagherai, miserabile!
E lo saprò: sotto l’ombre profonde mi verrà questa fama”.

“Destatevi subito uomini, sedete agli scalmi,
sciogliete le vele presto: un dio dall’alto disceso,
a prendere in fretta la fuga, a tagliar le ritorte gomene
ancora ci stimola. Noi ti seguiamo, o dio santo,
chiunque tu sia, ancora al comando obbediamo festanti.
Oh, sii benigno, soccorrici ,buone dal cielo
Dacci le stelle!” disse, e dal fodero sguaina la spada
fulminea, col ferro nudo colpisce la gomena.
Tutti prende il medesimo ardore, tirano, spingono,
già lasciano la spiaggia, sotto le navi l’acqua scompare,
a tutta forza rovesciano le schiume, spazzano il livido mare.
E già irrorava la terra di luce nuova la prima
Aurora: appena dalle finestre vide albeggiar la luce,
e vide, Didone, procedere a file spiegate la flotta,
e i lidi e i porti indovinò, senza navi,
tre o quattro volte colpendo con la mano il bel petto,
strappandosi i biondi capelli: “Ah Giove, gridò,
se n’andrà lo straniero, e avrà deriso il mio regno?
Non prenderanno le armi, non correranno da tutta
La città, non strapperanno dagli arsenali le navi?
Andate, presto, portate fiamme, issate le vele,
forza coi remi! Che dico o dove sono? Che pazzia ti sconvolge,
infelice Didone? Adesso le empie azioni ti toccano?
E dicono che dalla patria si porta i Penati,
che al padre decrepito ha offerto le spalle!…
non potevo straziare, sbranare il suo corpo e nell’onde
disseminarlo? Finirne col ferro i compagni, e anche Ascanio,
e cibo imbandirlo sopra la mensa del padre?
Si, era incerta la lotta: e poteva pur esserlo,
chi devo temere, che muoio? Fuoco gettar sulle navi,
riempire le tolde di fiamme dovevo, il figlio ed il padre
con la razza annientare, gettar me stessa nel rogo.
Sole, che con le tue fiamma tutte le opere illumini
Della terra, e tu artefice e complice di queste pene, Giunone,
Ecate, che per Trivii e città notturno l’ululo evoca,
Dire vendicatrici, dei di Didone che muore, accogliete
voi questo, voi col pio nume perseguitate i colpevoli
e udite le nostre preghiere: se pur deve giungere
al porto quel maledetto, toccar la terra,
così vuole il fato di Giove, fisso è questo termine,
oppresso però dalla guerra di un popolo audace,
ramingo dalla città, strappato dalle braccia di Iulo,
mendichi aiuto, veda strazio orrendo dei suoi.
E quando anche a pace umiliante i patti si pieghi,
non goda del regno, non dell’amabile luce,
ma cada avanti il suo giorno, su nuda terra, insepolto.
Chiedo questo, l’ultima voce col mio sangue effondo.
E voi, Tirii, per sempre la stirpe e tutta la razza
tormentate con l’odio, queste inferie al mio cenere
offrite. Nessun amore, mai, nessun patto tra i popoli.
E sorgi, vendicatore, oh dalle mie ossa,
col ferro, col fuoco perseguita i coloni troiani,
ora, poi, non importa: quando bastino le forze.
I lidi ai lidi contrari, all’onde supplico onde,
l’armi all’armi: essi e i nipoti combattano”.

Didone, tremante, sconvolta dall’atroce proposito,
gli occhi iniettati di sangue, chiazzate le guance
frementi, livida già della notte futura,
corre nell’intimo cuore del palazzo, sale sull’alto
rogo, come una pazza, e snuda la spada
troiana, dono che chiese, oh non per quest’uso!
Qui sull’iliache vesti, sul noto letto, per poco
posò lo sguardo, con lacrime, e rimase a pensare:
poi si gettò sui cuscini e disse le estreme parole:
“O spoglie, dolci finché il fasto, un dio permetteva,
la vita mia ricevete, da queste pene scioglietemi.
Ho vissuto, ho compiuto la strada che mi ha dato fortuna,
e ora sotto la terra grande andrà la mia immagine,
città bellissima ho fatto, ho fatto mie mura,
vendicato lo sposo, punito il fratello nemico:
felice, oh troppe felice, solo che le mie spiagge
mai navi troiane fossero giunte a toccare.”
Morirò invendicata
Ma voglio morie, così voglio scendere all’ombre.
Beva cogli occhi dal mare questo fuoco il crudele
Enea, maledizione la mia morte mia con me porti”
Parlava, e fra tali parole sul ferro la vedono
Gettarsi le ancelle, e scorrer la spada di sangue
Schiumante, e piene le mani. Un grido ai soffitti
Altissimi sale, impazza la fama per la città costernata.
Di lamenti, di gemini, d’ululi femminei freme
tutto il palazzo, l’aria è tutto un gran pianto,
non altrimenti che se, entrati i nemici, crollasse
Cartagine intera e le fiamme ruggenti
intorno ai tetti degli uomini, ai templi dei numi salissero.
(Udì, e senza fiato, atterrita, tremando, di corsa,
con l’unghie il viso, colpendosi il petto coi pugni,
tra la folla Anna vola e chiama la morente per nome:
“Questo era sorella,? Tu mi volevi ingannare?
Questo il rogo, questi i fuochi mi preparavano e l’are?
Che dirò, abbandonata? Compagna, in morte, hai respinto
la tua sorella! M’avessi a una sorte chiamata, finite
un solo dolore, un’ora sola ci avesse, insieme di ferro!
Con queste mani alzai il rogo, con questa voce chiamai
gli dei patrii, per essere, crudele, lontana dalla tua morte?
O sorella, e te, e me, e i padri sidonii
Hai colpito la tua città! Con acqua le piaghe
voglio lavare, e se ancora un estremo respiro s’indugia,
in un bacio raccoglierlo”. Parlando aveva salito
gli alti gradini, e la morente tra le braccia stringeva
con gemiti, e il nero sangue con la veste tergeva.
Lei, gli occhi esangui tentando di aprire, di nuovo
vien meno, fonda stride nel cuore la piaga.
Tre volte, poggiandosi al gomito, tentò di sollevarsi,
tre volte si abbandonò sui cuscini, e con occhi perduti
nel cielo alto cercò la luce e gemendo trovandola.
Infine la grande Giunone, pietosa del lungo patire,
del morire difficile, Iride mandò dall’Olimpo,
che liberasse la vita lottante, le giovani membra sciogliesse.
Giacché non per fato, non di dovuta morte moriva,
ma misera, avanti il suo giorno, travolta da pazzo furore,
né dal suo capo Proserpina ancora il biondo capello
aveva strappato, donando all’Orco stigio la vita.
Iride rugiadosa, con l’ali d’oro pel cielo
Mille cangianti colori traendo dal sole,
volo giù sulla testa le stette: “questo io a Dite
dono e consacro da questo corpo ti sciolgo”.
Così dice, e strappa colla destra il capello: in quel punto
Tutto il calore fuggì, tra i venti volò via la vita.)

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