MagisterLudi

gennaio 30, 2009

Orazio Odi III, 30

Filed under: latino,quarta — prof @ 10:02 am

Orazio, Odi, III, 30
Ho compiuto un monumento più duraturo del bronzo
e più alto della mole regale delle piramidi,
che non la pioggia corrodente, non lo sfrenato Aquilone
possano distruggere o la succssione
innumerevole degli anni ed il corso del tempo.
Non morirò interamente ed anzi gran parte di me
eviterà la morte; sempre giovane crescerò
nella lode dei posteri, finché il pontefice
salirà il Campidoglio con la silenziosa Vergine.
Si dirà, laddove rumoreggia l’Olofanto rumoroso
e Dauno povero d’acqua, regnò su un
popolo di agricoltori, che io (divento) grande
da mie condizioni ho per primo trasferito
il carme eolico e ritmi italici. Afferra la superbia
guadagnata con i meriti e a me la chioma
cingi con l’alloro delfico, Melpomene, propizia.

Foscolo, Dei Sepolcri, 225-233
E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.

Montale, Non chiederci la parola
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sí qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

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dicembre 10, 2008

Didone ed Enea (Virgilio, Eneide, IV)

Filed under: latino,quarta — prof @ 5:58 pm

Ma sanguina ormai la regina in un tormento pesante
nelle sue vene nutre una piaga, da chiuso fuoco è consunta.
Grande il valore dell’uomo, grande le assedia la mente
la gloria del nome: è fitto in cuore il volto,
la voce: placido sonno non dà alle membra il tormento. (more…)

dicembre 8, 2008

Orfeo ed Euridice (Ovidio, Metamorfosi, X, 1-77)

Filed under: latino,quarta — prof @ 8:56 pm

Di lì, avvolto nel suo mantello dorato, se ne andò Imeneo
per l’etere infinito, dirigendosi verso la terra
dei Cìconi, dove la voce di Orfeo lo invocava invano.
Invano, sì, perché il dio venne, ma senza le parole di rito,
senza letizia in volto, senza presagi propizi.
Persino la fiaccola che impugnava sprigionò soltanto fumo,
provocando lacrime, e, per quanto agitata, non levò mai fiamme.
Presagio infausto di peggiore evento: la giovane sposa,
mentre tra i prati vagava in compagnia d’uno stuolo
di Naiadi, morì, morsa al tallone da un serpente. (more…)

novembre 28, 2008

Eroidi, Ovidio – Didone ad Enea

Filed under: latino,quarta — prof @ 9:17 pm

VII DIDONE A ENEA

Accogli, discendente di Dardano, il carme di Elissa che sta per morire:
quelle che leggi sono le ultime parole che ti vengono da me. Così canta il
bianco cigno presso gli acquitrini del Meandro, mentre langue sull’umida
erba, quando il destino lo chiama. E non mi rivolgo a te nella speranza di
poterti commuovere con la mia preghiera: questa iniziativa è contro il
volere del dio. Ma, avendo gettato via con disonore la mia buona
reputazione dovuta ai meriti e la purezza del corpo e dell’anima, è cosa
da poco sprecare delle parole. (more…)

Enea nella Divina Commedia

Filed under: latino,quarta — prof @ 3:06 pm

Fin dal primo canto dell’Inferno Dante cita Enea, in una perifrasi per indicare Virgilio:
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figluol d’Anchise che venne di Troia,
poi che’l superbo Iliòn fu combusto.

If, I, 73-75

Tre volte vi viene fatto riferimento come predecessore e pietra di paragone per il viaggio ultraterreno compiuto da Dante:
Tu dici che di Silvio il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.
(…)
Io non Enea, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri’l crede.

If, II, 13-15; 32-33

Dante vede direttamente Enea nel Castello degli Spiriti Magni al Limbo:
Colà diritto, sovra’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.
I’vidi Eletra con molti compagni,
tra’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con gli occhi grifagni.

If., IV, 118-123

Nell’Inferno rimane da elencare solo una fuggevole citazione messa in bocca ad Ulisse mentre racconta le sue peripezie (If., XXVI, 93)

Anche nel canto politico del Paradiso c’è una trascurabile citazione di Enea messa in bocca a Giustiniano che traccia al parabola dell’Impero nella storia (Pd., VI, 3).

Nel XV del paradiso invece, l’incontro con Cacciaguida è confrontato con l’incontro agli Inferi di Enea e Anchise:
Sì pia l’ombra d’Anchise si porse,
se fede merta nostra maggior musa,
quando in Eliso del figlio s’accorse.

Pd. XV, 25-27

novembre 8, 2008

Didone ed Enea (dal IV libro dell’Eneide di Virgilio)

Filed under: latino,quarta — prof @ 5:22 pm

Commento introduttivo
L’Eneide si stacca dall’oggettività omerica per sviluppare una dimensione profondamente soggettiva. Virgilio cioè conduce la narrazione ponendosi dal punto di vista ora dell’uno ora dell’altro personaggio.
Lo sviluppo della soggettività non interessa solo lo stile epico e la tecnica del narrare, ma anche l’ideologia del poema virgiliano. L’Eneide è la storia di una missione voluta dal Fato. Il poeta è portavoce di questo progetto. Il suo è un poema epico nazionale, in cui una collettività deve rispecchiarsi e sentirsi unita.
In tutto questo i sentimenti dei personaggi sono sempre in primo piano.
Per esempio Didone. La cultura romana nell’età delle conquiste rappresentava le guerre puniche come uno scontro tra diversi: l’identità romana si formava sulla grande opposizione a Cartagine. Il nemico è infido, crudele. Per Virgilio invece, la guerra con Cartagine non nasce da una differenza. La guerra invece è nata da un eccessivo amore fra simili. Didone è vinta dal destino, come lo sarà Cartagine. Ma il testo accoglie in sé le sue ragioni e le tramanda.
L’epos virgiliano insomma si fa portavoce dell’ideologia dominante motivando e celebrando la missione storica di Roma e la restaurazione augustea, ma nello stesso tempo sottolinea il faticoso travaglio indispensabile alla realizzazione dei disegni provvidenziali. Il poeta non può dimenticare che per giungere alla pax augustea egli aveva dovuto perdere il suo campicello e migliaia di vittime erano state immolate, Il problema del male, dell’eccesso di incomprensibile sofferenza proietta la sua ombra nel poema virgiliano. La vittoria è spesso raggiunta a prezzo di profondo dolore, di intime lacerazioni. Accanto alla gloria del vincitore, ci sono le ragioni dei vinti. La giustizia del destino appare parziale di fronte alla tragedia degli sconfitti o alla morte prematura di tante vittime.
Virigilio non inventa la figura di Didone. La riprende da un mito orientale e fa incrociare la sua storia con quella di Enea.
Primogenita del re di Tiro, Didone era sposa di Sicheo. La sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che uccise il marito di Didone, Sicheo, per impossessarsi delle sue ricchezze, e si insediò sul trono imponendo la propria tirannia. Didone, con abile astuzia, gli sottrasse quelle ricchezze, fuggendo con amici fidati per mare, verso occidente. Dopo varie peripezie approda sulle coste africane corrispondenti all’attuale Tunisia, dove riesce ad ottenere dal re Iarba, il diritto di stabilirvisi prendendo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue”. Didone riduce quella pelle in striscioline sottilissime, che disegnano l’ampio perimetro della città che intende abitare con i suoi. Ottenuto con tale astuzia un discreto territorio, la regina fonda la splendida nuova città, Cartagine, cui dà prestigio e ricchezza. Didone viene richiesta in matrimonio da più di un principe africano, ma fedele alla memoria del marito ucciso da Pigmalione, non intende risposarsi. Così quando non riesce più a sottrarsi all’insistenza del principe Iarba, che le prospetta l’alternativa del matrimonio o della guerra, preferisce suicidarsi.
Proprio su questo mito Virgilio innesta la finzione dell’incontro tra Didone ed Enea e della loro unione amorosa.
(more…)

Testo di Euridice di Roberto Vecchioni

Filed under: latino,quarta — prof @ 5:04 pm

Morirò di paura
e venire là in fondo,
maledetto padrone
del tempo che fugge,
del buio e del freddo:
ma lei aveva vent’anni
e faceva l’amore,
e nei campi di maggio,
da quando è partita,
non cresce più un fiore … (more…)

novembre 5, 2008

Proemi a confronto: Iliade e Odissea, Eneide, Orlando Furioso e Gerusalemme Liberata

Filed under: latino,quarta — prof @ 5:59 pm

Iliade, Omero
Canta, Musa divina, l’ira di Achille figlio di Peleo,
l’ira rovinosa che portò ai Greci infiniti dolori,
e mandò sottoterra all’Ade molte anime forti
d’eroi, e li lasciò in preda ai cani ed a tutti
gli uccelli: così si compiva il volere di Zeus –
da quando si divisero, in lite l’uno con l’altro,
il figlio di Atreo, capo d’eserciti, e il nobile Achille.

Odissea, Omero
L’uomo, cantami, dea, l’eroe del lungo viaggio, colui che errò per tanto tempo dopo che distrusse la città sacra di Ilio. Vide molti paesi, conobbe molti uomini, soffrì molti dolori, nell’animo, sul mare, lottando per salvare la vita a sé, il ritorno ai suoi compagni. Desiderava salvarli, e non riuscì; per la loro follia morirono, gli stolti che divorarono i buoi sacri del Sole: e Iperione li privò del ritorno.

Virgilio, Eneide, 1-11
Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso
quidve dolens regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire latore
impuberi. Tantaene animis caelestibus irae?

Canto le armi e l’uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l’Italia per volere del fato e le sponde
lavinie, molto per forza di dèi travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre in Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell’alta Roma.
O musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume,
di cosa dolendosi. la regina degli dei costrinse un uomo
insigne per pietà a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
in tanti travagli. Tali nell’animo dei celesti le ire?

Orlando Furioso, Ariosto
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.


Gerusalemme liberata, Torquato Tasso

Canto l’arme pietose e ‘l capitano
che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò co ‘l senno e con la mano,
molto soffrí nel glorioso acquisto;
e in van l’Inferno vi s’oppose, e in vano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto.
Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.
O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ma su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto, e tu perdona
s’intesso fregi al ver, s’adorno in parte
d’altri diletti, che de’ tuoi, le carte.

Virgilio, Georgica, I, 121-146: la dura legge di Giove

Filed under: latino,quarta — prof @ 5:55 pm

E’ il padre Giove, lui stesso, che ha voluto così difficile la via del coltivare, e per primo fece smuovere con arte la terra dei campi, aguzzando con le preoccupazioni i pensieri dei mortali, per impedire che il suo regno restasse addormentato in un pesante torpore d’inerzia.
Prima di GIove nessun colono lavorava i campi; neppure segnare terreni o dividerli con un confine era permesso; i beni acquistati andavano in comune, e la terra da sola recava tutto più generosamente, senza bisogno di chiedere. Fu lui che fornì il veleno malefico ai serpenti neri, che ordino di predare ai lupi e al mare di agitarsi, scosse via il miele dalle foglie e nascose il fuoco e fermò il vino che scorreva ampiamente in ruscelli – in modo che il bisogno, a poco a poco, forgiasse con la riflessione le diverse arti, e cercasse nei solchi la pianta del frumento, in modo che facesse balzar su dalle vene della selce il fuoco nascosto. Solo allora i fiumi cominciarono a sentire tronchi d’ontano scavati, allora il marinaio diede numero e nomi alle stelle – le Pleiadi, le Iadi e la splendente Orsa di Licaone. Allora si inventò di prendere le bestie coi laccie tradirle col vischio e accerchiare coi cani grandi radure. Ecco che uno ormai sferza col giacchio un largo fiume, mirando profondo, e un altro tira su le reti gocciolanti dal mare.
Allora venne il rigido ferro e la lama della sega stridula (perché i primi uomini fendevano il legno con i cunei), allora vennero le tecniche diverse.
Labor omnia vicit improbus et duris urgens in rebus egestas
la fatica, smisurata, fu vittoriosa su tutto, e gli stenti che inalzano nella durezza della vita.

Esiodo, Le opere e i giorni: il mito delle cinque età.

Filed under: latino,quarta — prof @ 5:41 pm

Ora se vuoi darò coronamento al mio dire con un altro racconto
bene e in modo opportuno e tu nel tuo cuore riponilo
come medesima origine fu agli dèi e ai mortali.
1. Prima una stirpe aurea di uomini mortali fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore. Erano ai tempi di Crono quand’egli regnava nel cielo; come dèi vivevano senza affanni nel cuore
lungi e al riparo da pene e miseria né per loro arrivava la triste vecchiaia ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia
nei conviti gioivano lontano da tutti i malanni; morivano come vinti dal sonno e ogni sorta di beni c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra senza lavoro ricco e abbondante e loro contenti
sereni si spartivano le loro opere in mezzo a beni infiniti
ricchi d’armenti cari agli dèi beati. Poi dopo che la terra coprì questa stirpe
essi sono démoni per il volere di Zeus grande
benigni sulla terra; custodi degli uomini mortali della giustizia hanno cura e delle azioni malvagie
vestiti di nebbia sparsi dovunque per la terra
datori di ricchezza: ebbero infatti questo onore regale.
2. Come seconda una stirpe peggiore assai della prima
argentea fecero gli abitatori delle olimpie dimore
né per l’aspetto all’aurea simile né per la mente
ché per cent’anni il fanciullo presso la madre sua saggia veniva allevato giocoso e stolto dentro la casa; ma quando cresciuti giungevano al limitare di giovinezza vivevano ancora per poco soffrendo dolori per la stoltezza perché non potevano da tracotante violenza l’un contro l’altro astenersi né gli immortali venerare volevano né sacrificare ai beati sui sacri altari
come è legge fra gli uomini secondo il costume. Allora costoro Zeus Cronide li fece morire adirato perché gli onori non vollero rendere agli dèi beati che possiedono l’Olimpo. E poi quando anche questa stirpe la terra ebbe coperto
costoro inferi beati sono chiamati presso i mortali
genî inferiori ma onore anche loro accompagna.
3. Zeus padre una terza stirpe di gente mortale fece di bronzo in nulla simile a quella d’argento
nata da frassini potente e terribile: loro di Ares avevano care le opere dolorose e la violenza né pane mangiavano ma d’adamante avevano l’intrepido cuore
tremendi; grande era il loro vigore e braccia invincibili dalle spalle spuntavano sulle membra possenti; di bronzo eran le armi e di bronzo le case
col bronzo lavoravano perché il nero ferro non c’era. E costoro dalle loro proprie mani distrutti partirono per la tenebrosa dimora di gelido Ade
senza fama; la nera morte per quanto temibili li prese e lasciarono la splendente luce del sole.
4. E poi dopo che anche questa stirpe la terra ebbe nascosto
di nuovo una quarta sopra la terra feconda
fece Zeus Cronide più giusta e migliore
di eroi stirpe divina che sono detti semidei
anteriore alla nostra sulla terra infinita. Questi li uccise la guerra malvagia e la battaglia terribile alcuni a Tebe dalle sette porte nella terra di Cadmo
combattendo per le greggi di Edipo
altri poi sulle navi al di là del grande abisso del mare condotti a Troia a causa di Elena dalle belle chiome; là il destino di morte li avvolse; ma poi lontano dagli uomini dando loro vitto e dimora il padre Zeus Cronide della terra li pose ai confini. Abitano con il cuore lontano da affanni nell’isole dei beati presso Oceano dai gorghi profondi
felici eroi ai quali dolce raccolto tre volte in un anno abbondante produce il suolo fecondo
lontano dagli immortali ed hanno Crono per re; … lo liberò infatti il padre di uomini e dèi
ed ora con quelli ha il suo onore come conviene. Zeus poi pose un’altra stirpe di uomini mortali dei quali quelli che ora vivono…
5. Avessi potuto io non vivere con la quinta stirpe di uomini e fossi morto già prima oppure nato dopo
perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno cesseranno da fatiche e affanni né mai di notte
affranti; e aspre pene manderanno a loro gli dèi. Però anche per questi ai mali si mischieranno dei beni. Ma Zeus distruggerà anche questa stirpe di uomini mortali quando nascendo avranno già bianche le tempie; allora né il padre sarà simile ai figli né i figli al padre; né l’ospite all’ospite né l’amico all’amico e nemmeno il fratello caro sarà come prima; ma ingiuria faranno ai genitori appena invecchiati; a loro diranno improperi rivolgendo parole malvagie
gli sciagurati senza temere gli dèi; né ai genitori invecchiati di che nutrirsi daranno; il diritto starà nella forza e l’uno all’altro saccheggerà la città. Né il giuramento sarà rispettato né lo sarà chi è giusto o dabbene; piuttosto l’autore di mali e l’uomo violento rispetteranno; la giustizia sarà nella forza e coscienza non vi sarà; il cattivo porterà offese all’uomo buono dicendo parole d’inganno e sarà spergiuro; l’invidia agli uomini tutti miseri
amara di lingua felice del male s’accompagnerà col volto impudente. Sarà allora che verso l’Olimpo dalla terra con le sue ampie strade
da candidi veli coperte le belle persone degli immortali alla schiera andranno lasciando i mortali
Vergogna e Sdegno: i dolori che fanno piangere resteranno agli uomini e difesa non ci sarà contro il male.

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