MagisterLudi

gennaio 22, 2009

Orazio Odi, I, 11: echi del Carpe diem

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Poliziano, I’ mi trovai fanciulle…

I’ mi trovai fanciulle, un bel mattino
di mezzo maggio in un verde giardino
Erano intorno violette e gigli
fra l’erba verde e vaghi fior novelli
azzurri gialli candidi e vermigli
ond’io porsi la mano a côr di quelli
per adornar e mie’ biondi capelli
e cinger di grillanda el vago crino.
Da poi ch’i’ ebbi pien di fiori un lembo,
vidi le rose, e non pur d’un colore;
io colsi allor per empier tutto el grembo,
perch’era sì soave il loro odore
che tutto mi senti’ destar el core
di dolce voglia e d’un piacer divino.

I’ posi mente: quelle rose allora
mai non vi potre’ dir quant’eron belle:
quale scoppiava della boccia ancora,
qual eron un po’ passe e qual novelle.
Amor mi disse allor: – Va’. co’ di quelle
che più vedi fiorir in sullo spino. –

Quando la rosa ogni sua foglia spande,
quandi è più bella, quando è più gradita,
allora è buona a metterla in grillande,
prima che sua bellezza sia fuggita;
sicché fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliàn la bella rosa del giardino…..

Tasso, Aminta, Atto I, Coro.

[CORO] O bella età de l’oro,
320 non già perché di latte
sen’ corse il fiume e stillò mele il bosco;
non perché i frutti loro
dier da l’aratro intatte
le terre, e gli angui errar senz’ira o tosco;
325 non perché nuvol fosco
non spiegò allor suo velo,
ma in primavera eterna,
ch’ora s’accende e verna,
rise di luce e di sereno il cielo;
330 né portò peregrino
o guerra o merce agli altrui lidi il pino;
ma sol perché quel vano
nome senza soggetto,
quell’idolo d’errori, idol d’inganno,
335 quel che dal volgo insano
onor poscia fu detto,
che di nostra natura ‘l feo tiranno,
non mischiava il suo affanno
fra le liete dolcezze
340 de l’amoroso gregge;
né fu sua dura legge
nota a quell’alme in libertate avvezze,
ma legge aurea e felice
che natura scolpì: «S’ei piace, ei lice».
345 Allor tra fiori e linfe
traen dolci carole
gli Amoretti senz’archi e senza faci;
sedean pastori e ninfe
meschiando a le parole
350 vezzi e susurri, ed ai susurri i baci
strettamente tenaci;
la verginella ignude
scopria sue fresche rose,
ch’or tien nel velo ascose,
355 e le poma del seno acerbe e crude;
e spesso in fonte o in lago
scherzar si vide con l’amata il vago.
Tu prima, Onor, velasti
la fonte dei diletti,
360 negando l’onde a l’amorosa sete;
tu a’ begli occhi insegnasti
di starne in sé ristretti,
e tener lor bellezze altrui secrete;
tu raccogliesti in rete
365 le chiome a l’aura sparte;
tu i dolci atti lascivi
festi ritrosi e schivi;
ai detti il fren ponesti, ai passi l’arte;
opra è tua sola, o Onore,
370 che furto sia quel che fu don d’Amore.
E son tuoi fatti egregi
le pene e i pianti nostri.
Ma tu, d’Amore e di Natura donno,
tu domator de’ Regi,
375 che fai tra questi chiostri,
che la grandezza tua capir non ponno?
Vattene, e turba il sonno
agl’illustri e potenti:
noi qui, negletta e bassa
380 turba, senza te lassa
viver ne l’uso de l’antiche genti.
Amiam, ché non ha tregua
con gli anni umana vita, e si dilegua.
Amiam, ché ‘l Sol si muore e poi rinasce:
385 a noi sua breve luce
s’asconde, e ‘l sonno eterna notte adduce.

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